Traduzioni in italiano – testi letterari

Tratto da Robinson Crusoe” (1719) di Daniel Defoe (1660-1731)

1)      CAPITOLO 1 –  Nacqui nell’anno 1632 nella città di York, da una buona famiglia che tuttavia non era di quelle parti, essendo mio padre uno straniero di Brema, che in un primo tempo si era stabilito ad Hull. Il commercio gli permise di accumulare un buon patrimonio, e dopo aver abbandonato la propria attività, successivamente andò a vivere a York, dove sposò mia madre, i cui parenti si chiamavano Robinson. Era una buona/rispettabile famiglia in quella zona, e dalla quale fui chiamato Robinson Kreutznaer; ma, per l’abitudine degli inglesi di storpiare le parole, ora veniamo chiamati, anzi ci chiamiamo e firmiamo, Crusoe; ed è così che mi hanno sempre chiamato i miei compagni.

Avevo due fratelli più grandi, uno dei quali era tenente colonnello di un regimento di fanteria inglese nelle Fiandre, a suo tempo comandato dal famoso Colonnello Lockhart, ucciso durante la battaglia vicino Dunkirk contro gli spagnoli. Cosa ne sia stato del mio secondo fratello non l’ho mai saputo, non più di quanto i miei seppero di me.

Poiché ero il terzogenito della famiglia e non ero stato indirizzato verso alcun tipo di mestiere, la mia mente cominciò ben presto a fantasticare. Mio padre, che era molto anziano, mi aveva dato una discreta dose di istruzione, per quanto un’istruzione familiare e una modesta scuola consentissero, e intendeva indirizzarmi verso la carriera legale; ma mi sarei sentito soddisfatto solo viaggiando per mare; e la mia propensione a ciò mi portò così fortemente contro la volontà, o meglio, contro gli ordini di mio padre, e contro tutte le suppliche e le persuasioni di mia madre ed altri amici, che sembrava esserci qualcosa di fatale in quella propensione naturale, che tendeva direttamente alla vita di infelicità che stava per capitarmi.

Mio padre, un uomo saggio e austero, mi diede dei seri ed eccellenti consigli contro quello che prevedeva fosse il mio proposito. Una mattina mi convocò in camera sua, nella quale era confinato a causa della gotta, e mi espresse con molta veemenza la sua disapprovazione sull’argomento. Mi chiese quali ragioni, oltre a una mera inclinazione a viaggiare, avessi per lasciare la casa di mio padre e il mio paese nativo, nel quale avrei potuto essere ben inserito e avrei avuto la possibilità di accrescere il mio patrimonio con applicazione e operosità, che mi avrebbero a loro volta permesso di vivere una vita di benessere e di piaceri. Mi disse che portarsi in alto con sforzo, e acquisire fama con iniziative fuori dal comune, era da uomini dalle sorti disperate da una parte, o da uomini ambiziosi, che andavano all’estero all’insegna di avventure dall’altra; che queste cose erano troppo al di sopra o troppo al di sotto per me, che la mia era una condizione intermedia, o quello che poteva essere definito il livello più alto dello stato più basso, che aveva considerato grazie ad una lunga esperienza, essere la migliore condizione al mondo, la più adatta alla felicità umana, non esposta alle infelicità e agli stenti, alle fatiche e alle sofferenze di quella parte di umanità che svolge lavori manuali, e non gravata dall’orgoglio, dal lusso , dall’ambizione e dall’invidia dello stato più alto dell’umanità. Mi disse che avrei potuto giudicare la felicità di questo stato da una cosa, vale a dire che questo era lo stato di vita che tutti invidiavano; che spesso i sovrani si lamentavano delle tristi conseguenze derivanti dall’essere nati per grandi gesta e desidererebbero trovarsi a metà tra i due estremi, tra il misero e il magnifico; che l’uomo saggio dava testimonianza di questo, come il giusto traguardo di felicità, quando pregava di non ricevere né povertà né ricchezze.

Mi invitò ad osservare, che le disgrazie sono sempre ripartite tra gli strati più alti e quelli più bassi della società, e che al contrario, lo stato intermedio aveva meno disastri e non era esposto a continue vicissitudini come accade quando si fa parte della più alta o della più bassa condizione; né d’altra parte, erano soggetti alle numerose indisposizioni e disagi, sia mentali che fisici, come coloro che, a causa dei lussi, di una vita piena di vizi e stravaganze da una parte, e di duro lavoro, mancanza delle cose di prima necessità, per povertà e scarsa alimentazione dall’altra, perdono la propria salute come naturale conseguenza del loro modo di vivere; che lo stato intermedio riservava ogni tipo di virtù e ogni tipo di piacere; che la pace e l’abbondanza/pienezza erano le ancelle/compagne della fortuna media; che la temperanza, la moderazione, la tranquillità, la salute, la vita sociale, tutti gli svaghi e i piaceri desiderabili, erano i doni celesti che accompagnavano la condizione media della vita; che in questo modo gli uomini vivono la loro vita senza alcuna difficoltà, senza il peso degli sforzi manuali o mentali, non costretti a piegarsi ad una vita di schiavitù per guadagnarsi il pane quotidiano, non tormentati da circostanze incerte, che sottraggono la pace all’anima e il riposo al corpo; non tormentati dall’invidia o dal fuoco segreto dell’ambizione per le grandi cose; ma, in condizioni di agiatezza, conducono una vita tranquilla, assaporandone sensibilmente i dolci piaceri e non la parte amara; sentendosi felici ed imparando dall’esperienza di tutti i giorni per poterle apprezzare maggiormente.

Originale: http://www.readprint.com/chapter-2314/Robinson-Crusoe-Daniel-Defoe

Male contro Bene

Cominciai a considerare seriamente la mia condizione, e lo stato in cui ero ridotto; misi su carta un riassunto della mia situazione, non tanto per lasciarlo a chi sarebbe venuto dopo di me, poiché non c’erano molte possibilità che io avessi eredi, quanto per liberare i miei pensieri dal continuo rimuginare che affliggeva la mia mente; e, poiché la ragione cominciava a dominare il mio sconforto, cominciai a consolarmi come meglio potevo, e a contrapporre il bene e il male, per poter distinguere il mio caso personale da altri peggiori; ed esposi il tutto in modo imparziale, come il dare e l’avere in un libro contabile, le consolazioni di cui godevo contro le afflizioni che avevo sofferto, in questo modo:

Male: mi trovo confinato su un’orribile isola deserta, privo di ogni speranza di salvezza.

Bene: ma sono vivo; e non sono annegato come tutto l’equipaggio della nave.

Male: sono stato scelto e allontanato, per così dire, da tutto il mondo, per essere infelice.

Bene: ma sono anche stato scelto tra tutto l’equipaggio, per essere salvato dalla morte, e Colui che mi ha miracolosamente salvato dalla morte può liberarmi da questa condizione.

Male: sono lontano dall’umanità, solitario; bandito dalla società dei miei simili.

Bene: Ma non muoio di fame, in un luogo sterile, che non offra nessuna possibilità di sostentamento.

Male: non ho vestiti per coprirmi.

Bene: ma vivo in un luogo caldo dove se avessi avuto dei vestiti, difficilmente li avrei indossati.

Male: sono indifeso, e non ho mezzi per resistere agli attacchi da parte di un uomo o di un animale.

Bene: ma sono confinato su un’isola nella quale non vedo bestie selvagge che potrebbero farmi del male, come quelle che vidi sulla costa africana; che sarebbe di me se avessi fatto naufragio su quelle coste?

Male: non c’è un’anima con cui possa parlare e con cui mi possa consolare.

Bene: Ma Dio ha miracolosamente indirizzato la nave abbastanza vicino alla riva, da cui ho potuto recuperare tutto il necessario per i miei bisogni e tutto ciò che mi aiuterà a supplirvi finché vivrò.

In generale, avevo la prova inconfutabile che difficilmente potevano esserci condizioni peggiori di questa ma che c’era qualcosa di negativo o di positivo per cui essere grati; che valga questo come insegnamento dato dall’esperienza delle più infelici delle situazioni in questo mondo: che si può sempre trovare qualcosa da cui trarre conforto, ed inserirla, nella descrizione del bene e del male, sul lato dell’attivo del conto.

Essendo ora riuscito ad indurre la mia mente a pensare cose che avrebbero potuto alleviare la mia condizione, e avendo rinunciato a scrutare il mare per vedere se avessi potuto individuare una nave, cominciai ad organizzare il mio sistema di vita, e a rendermi le cose il più agevole possibile.

Originale: http://classiclit.about.com/library/bl-etexts/ddefoe/bl-ddefo-rcru-4.htm

Orgoglio e pregiudizio (1797, pubblicato nel 1813) di Jane Austen (1775-1817)

Capitolo I

È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un cospicuo patrimonio, debba aver bisogno di una moglie.

Sebbene si sappia ben poco dei sentimenti e dei punti di vista di un uomo del genere al suo primo arrivo nel villaggio, questa verità è così bene impressa nelle menti delle famiglie del circondario, da considerarlo di legittima proprietà di una o l’altra delle loro figlie.

“Mio caro Mr. Bennet,” gli disse un giorno la sua signora, “hai saputo che finalmente Netherfield Park è stato affittato?”

Mr. Bennet rispose di no.

“Ma è così”, rispose lei; “poiché Mrs. Long è appena stata qui, mi ha raccontato tutto.”

Mr. Bennet non replicò.

“Vuoi sapere chi l’ha presa in affitto?” esclamò la moglie con impazienza.

Tu vuoi dirmelo e io non ti negherò il mio ascolto”.

Era quanto bastava.

“Perché, mio caro, devi sapere, Mrs.Long dice che Netherfield è stata presa in affitto da un giovanotto molto facoltoso del nord dell’Inghilterra; che è arrivato lunedì in un tiro a 4 per vedere il posto, e che ne è rimasto così tanto entusiasta che ha preso accordi immediati con Mr. Morris; e che ne prenderà possesso prima del giorno di San Michele, e che una parte della servitù ci andrà entro la fine della prossima settimana.

“Qual è il suo nome?”

“Bingley.”

“È sposato o è scapolo?”

“Oh, scapolo, mio caro, puoi starne certo! Uno scapolo con un buon patrimonio; quattro o cinque mila l’anno. Che bella notizia/cosa per le nostre ragazze!”

“Perché mai? Come potrebbe riguardarle?”

“Mio caro Mr. Bennet,” replicò sua moglie, “come puoi essere così irritante/stancante! Lo sai bene che sto pensando di farlo sposare con una di loro.”

“Era questo il suo progetto quando ha deciso di stabilirsi qui?”

“Progetto! Sciocchezze, come puoi dire una cosa del genere! Ma è molto probabile che possa innamorarsi di una di loro, e dunque devi fargli visita non appena arriva.”

“Non vedo nessun motivo per farlo. Potete andare tu e le ragazze, oppure puoi mandarle da sole, il che forse sarà ancora meglio; visto che tu sei bella quanto loro, Mr. Bingley potrebbe considerarti la migliore del gruppo.”

“Mio caro, tu mi lusinghi. Certo, ho avuto la mia parte di bellezza, ma ora non pretendo di essere nulla di straordinario. Quando una donna ha cinque figlie cresciute, non deve più pensare alla propria bellezza.”

“In casi del genere una donna spesso non ha più molta bellezza a cui pensare.”

“Ma, mio caro, devi davvero andare a trovare Mr. Bingley, una volta arrivato.”

“È più di quanto possa impegnarmi a fare, te l’assicuro.”

“Ma pensa alle tue figlie. Pensa solo a che sistemazione sarebbe per una di loro. Sir William e Lady Lucas sono decisi ad andare solo per questo motivo, perché lo sai che generalmente non fanno visita ai nuovi arrivati. Devi andarci per forza, perché se non lo fai per noi sarebbe impossibile fargli visita.”

“Sicuramente ti fai troppi scrupoli. Credo proprio che Mr. Bingley sarà felicissimo di conoscervi, e io manderò qualche rigo tramite te per assicurargli il mio cordiale consenso al suo matrimonio con qualunque delle ragazze preferisca, anche se dovrò mettere una parola buona per la mia piccola Lizzy.”

“Fammi il piacere di non fare una cosa del genere. Lizzy non ha nulla di meglio delle altre, e sono certa che non sia bella nemmeno la metà di Jane, né che abbia nemmeno la metà del carattere gioviale di Lydia. Ma tu dai sempre la preferenza a lei.”

“Nessuna di loro ha niente di cui andare fiera”, rispose lui; “sono tutte sciocche e ignoranti come la altre ragazze; ma Lizzy ha un po’ più di acume rispetto alle sorelle.”

“Mr. Bennet, come puoi offendere così le tue stesse figlie? Ti diverti a tormentarmi. Non hai nessuna compassione per i miei poveri nervi.”

“Ti sbagli, mia cara. Ho un grande rispetto per i tuoi nervi. Sono miei vecchi amici. Li ho sentiti, con grande rispetto, menzionare da te almeno negli ultimi vent’anni.”

“Ah, non sai quanto soffro.”

“Ma spero che riuscirai a guarire, e a vivere per vedere tanti giovanotti con quattromila l’anno arrivare nel vicinato.”

“Non servirebbe a nulla anche se ne arrivassero venti, visto che tu non andrai a far loro visita.”

“Contaci, mia cara, che quando saranno venti, andrò a far visita a tutti.”

Mr. Bennet era un insieme talmente bizzarro di acume, animo sarcastico, riserbo e fantasia, che l’esperienza di ventitré anni non era bastata alla moglie per capirne il carattere. La mente di lei era meno difficile da cogliere. Era una donna di scarsa intelligenza, di poca cultura e di temperamento mutevole. Quando non era contenta si immaginava nervosa. Lo scopo della sua vita era di far sposare le sue figlie; la sua consolazione erano le visite e i pettegolezzi.

Originale: http://www.pemberley.com/janeinfo/ppv1n01.html

Capitolo 2

Mr. Bennet era stato uno dei primi tra coloro che avevano fatto visita a Mr. Bingley. Aveva sempre avuto intenzione di farlo, anche se fino all’ultimo aveva assicurato alla moglie che non ci sarebbe andato, e fino alla sera successiva alla visita lei non ne seppe nulla. La notizia fu poi rivelata come segue. Osservando la sua seconda figlia impegnata nella decorazione di un cappello, lui le si rivolse improvvisamente, dicendo:

“Spero che a Mr. Bingley piaccia, Lizzy.”

“Non abbiamo modo di sapere cosa piace a Mr. Bingley”, disse la madre, risentita, “dal momento che non andremo a fargli visita.”

“Ma dimenticate, mamma”, disse Elizabeth, “che lo incontreremo nelle feste, e che Mrs. Long ha promesso di presentarcelo.”

“Non credo che Mrs. Long farà niente del genere. Ha due nipoti (del suo). È una donna egoista e ipocrita, e non ho alcuna stima di lei.”

“Neanche io”, disse Mr. Bennet, “e sono lieto di constatare che non dipendete dai suoi favori/servigi.”

Mrs. Bennet non si degnò di replicare; ma incapace di contenersi, iniziò a rimproverare una delle figlie.

“Smettetela di tossire così, Kitty, per l’amor del cielo! Abbiate un po’ di compassione per i miei nervi. Li state facendo a pezzi.”

“Kitty non ha alcuna discrezione nel tossire”, disse il padre; “sceglie male i tempi./ sceglie sempre momenti sbagliati”

“Non tossisco mica per divertirmi”, replicò Kitty stizzita.

“Quando ci sarà il prossimo ballo, Lizzy?”

“Tra quindici giorni da domani.”

“Già, proprio così”, esclamò la madre, “e Mrs. Long non tornerà fino al giorno prima; così, le sarà impossibile presentarci, considerando che lei stessa non lo conoscerà.”

“Allora, mia cara, potreste avere un vantaggio sulla tua amica, presentandolo voi a lei.”

“Impossibile, Mr. Bennet, impossibile, dato che io stessa non lo conosco; come potete tormentarmi così?”

“Rendo onore alla vostra cautela/prudenza. Una conoscenza di quindici giorni è sicuramente molto esigua. Non si può sapere com’è davvero un uomo dopo soli quindici giorni. Ma se non ci proviamo noi, lo farà qualcun altro, e, dopo tutto, Mrs. Long e le sue figlie devono avere una possibilità; e quindi, dato che lei lo considererà un atto di gentilezza, se rifiutate questo compito, me ne farò carico io stesso.”

Le ragazze fissarono il padre. Mrs. Bennet disse soltanto, “Sciocchezze, sciocchezze!”

“Quale sarebbe il senso di questa esclamazione così enfatica?” osservò/asserì lui. “Ritenete che le formalità di una presentazione, e l’importanza che si da ad esse, siano sciocchezze? Non posso certo essere d’accordo con voi su questo punto. Che ne dite, Mary? Visto che, lo so, siete una signorina capace di profonde riflessioni, leggete libroni e ne fate i riassunti.”

Mary desiderava dire qualcosa di saggio, ma non sapeva come.

“Mentre Mary riordina le idee”, proseguì lui, “torniamo a Mr. Bingley.”

“Sono stufa di Mr. Bingley”, esclamò la moglie.

“Questo mi dispiace; ma perché non me l’avete detto prima? Se almeno l’avessi saputo stamattina, sicuramente non sarei andato a fargli visita. È davvero una sfortuna, ma dato che in effetti la visita l’ho fatta, ora non possiamo più esimerci da questa conoscenza.”

Lo sbalordimento delle signore fu esattamente quello che aveva cercato; quello di Mrs. Bennet forse superava tutti gli altri, anche se, quando il primo tumulto di gioia si placò/terminò, iniziò a giurare che era ciò che si era sempre aspettata.

“Come siete stato buono, mio caro Mr. Bennet! Ma lo sapevo che alla fine vi avrei convinto. Ero sicura che ami troppo le nostre ragazze per trascurare una conoscenza del genere. Be’, sono proprio contenta! ed è stata una cosa così bella, esserci andato questa mattina e non aver detto nulla fino adesso.”

“Ormai, Kitty, potete tossire quanto volete”, disse Mr. Bennet; e, mentre parlava, uscì dalla stanza, stremato dell’euforia della moglie.

“Che padre eccellente avete, ragazze!” disse lei, non appena si chiuse la porta. “Non so come potrete mai ripagare la sua gentilezza; o anche la mia, se è per questo. Alla nostra età, ve lo dico io, non è così piacevole fare ogni giorno nuove conoscenze; ma per amor vostro faremmo qualsiasi cosa. Lydia, tesoro mio, anche se sei la più giovane, credo proprio che Mr. Bingley ti farà da cavaliere al prossimo ballo.”

“Oh!” disse Lydia convinta, “non ho paura; perché anche se sono la più giovane, sono la più alta.”

Il resto della serata passò facendo ipotesi su quando Mr. Bingley avrebbe ricambiato la visita di Mr. Bennet, e decidendo quando lo si dovesse invitare a pranzo.

Originale: http://www.pemberley.com/janeinfo/ppv1n02.html

Tratto da “La lettera scarlatta” (1850) di Nathaniel Hawthorne (1804-1864)

Capitolo II

Quando la porta della cella fu spalancata dall’ interno apparve, in primo luogo; per cominciare, per prima cosa, innanzitutto, come un’ombra nera che emerge dalla luce del sole, la sinistra e cartilaginea presenza dell’ufficiale di giustizia, con una spada al suo fianco, e il suo bastone di ordinanza in mano. Questi, nel suo aspetto raffigurava e rappresentava la funerea severità del codice legislativo puritano, che era suo compito applicare con estremo rigore sul colpevole. Mostrando il bastone di ordinanza che teneva nella mano sinistra, pose la mano destra sulla spalla di una giovane donna, spingendola così in avanti, finché, sulla soglia della porta della cella lei lo respinse, con un gesto pieno di naturale dignità e forza di carattere, avanzando verso l’esterno come di sua spontanea volontà. Portava fra e braccia un bebè, una bambina di circa tre mesi, che a causa della luce accecante del sole strizzava gli occhi e voltava il visino di lato.; poiché la sua esistenza, fino a quel momento le aveva fatto conoscere solo il grigio crepuscolo dei una cella, o altre stanze buie della prigione.

Quando la giovane donna, la madre della bambina, si trovò completamente esposta alla folla, il suo primo impulso sembrò essere quello di stringere la creatura al petto; non tanto per uno slancio di affetto materno, quanto perché in questo modo avrebbe potuto nascondere un certo segno, ricamato o tessuto sul suo abito. In un attimo, tuttavia, valutando saggiamente che quel segno della sua vergogna  sarebbe a malapena  servito per nasconderne un altro, prese la bambina tra le braccia, e arrossendo violentemente, ma con un sorriso di sfida, e uno sguardo che non si sarebbe lasciato intimorire, guardò attorno i concittadini e i vicini. Sul corpetto del vestito, in un elegante tessuto rosso, circondata da un ricamo elaborato e da fantastici arabeschi di filo d’oro, appariva la lettera A. Era stata realizzata in modo così artistico, e con tale ricchezza e sontuoso sfoggio di immaginazione, da apparire in tutto e per tutto come la decorazione più appropriata e opportuna per la veste che indossava, il cui splendore si accordava al gusto dell’epoca, ma superava di gran lunga quanto era permesso dalle leggi suntuarie della colonia.

La giovane donna era alta, con una figura di perfetta eleganza in proporzione. Aveva capelli scuri e folti, così lucenti da riflettere con un bagliore la luce del sole; e un volto che, oltre ad essere bello per la regolarità dei lineamenti e per lo splendore dell’incarnato, aveva l’espressività che colpiva per le sopracciglia marcate e i profondi occhi neri. Inoltre, era signorile, alla maniera della nobiltà femminile dell’epoca; caratterizzata da una certa signorilità e dignità, più che da quella delicata, evanescente e indescrivibile grazia, che ad oggi la contraddistingue. E mai Ester Prynne era sembrata essere così signorile, nell’antica accezione del termine, di quando uscì dalla prigione. Coloro che l’avevano conosciuta prima, e che si erano aspettati di vederla offuscata e oscurata da una nube di sventura, erano stupiti, e anche sorpresi nel notare come la sua splendente bellezza trasformasse in aureola, la disgrazia e l’ignomia in cui era avvolta. Forse, un osservatore sensibile potrebbe trovare qualcosa di squisitamente doloroso in tutto ciò. Quella veste, che aveva davvero cucito per l’occasione in prigione, e che aveva modellato seguendo la sua immaginazione, sembrava esprimere l’atteggiamento del suo spirito, la disperata avventatezza del suo stato d’animo, con la sua indomabile e pittoresca peculiarità. Ma il punto che attirava lo sguardo di tutti e che, trasfigurava colei che la indossava—a tal punto che coloro che già la conoscevano, uomini e donne, rimasero colpiti ed ebbero l’impressione di vederla per la prima volta—era quella LETTERA SCARLATTA, così estrosamente ricamata e luminosa sul suo petto. Aveva l’effetto di un incantesimo che la tirava fuori / rimuoveva dalle relazioni ordinarie con l’umanità, e la racchiudeva in una sfera tutta sua. “Era molto abile con l’ago, non c’è che dire/questo è certo”, osservò una delle spettatrici; “ma quale donna mai, prima di questa svergognata prostituta, ha escogitato un piano simile per dimostrarlo? Perché, comari, di che altro si tratta se non di una presa in giro dei nostri devoti magistrati, di un modo per trasformare in motivo di vanto ciò che quei degni gentiluomini avevano inteso come punizione?”

“Sarebbe meglio”, mormorò quella tra le vecchie dame con l’espressione più ferrea , “se strappassimo via quel ricco abito dalle spalle delicate della signora Hester; e quanto a quella lettera rossa che ha cucito in maniera così bizzarra, donerò un pezzo della mia flanella da reumatismi per farne una più adeguata!”

“Oh, silenzio, vicine—silenzio!” mormorò la più giovane di loro; “Non lasciate che vi senta! Non c’è un solo punto in quella lettera ricamata che non l’abbia trafitta al cuore.”

Il torvo/severo ufficiale di giustizia ora fece un gesto con il suo bastone. “Fate largo, brava gente—fate largo, in nome del Re!” gridò. “Fate spazio, e vi prometto che la signora Prynne verrà sistemata dove uomini, donne, e bambini potranno godere di una buona vista del suo mirabile abito da questo momento fino all’una del pomeriggio. Sia benedetta l’onesta colonia del Massachusetts, dove l’ingiustizia è trascinata alla luce del sole! Seguitemi Signora Hester, e mostrate la vostra lettera scarlatta sulla piazza del mercato!”

Originale: http://www.sparknotes.com/nofear/lit/the-scarlet-letter/chapter-2/page_2.html

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