Sicurezza a bordo

La paura di volare è una sindrome comune. I viaggiatori abituali non prestano molta attenzione agli annunci fatti prima del decollo o alle dimostrazioni di sicurezza in volo ma solo Dio sa quanti di noi restano pietrificati quando l’assistente di volo ci mostra sorridente ed educata come possano aumentare le nostre probabilità di salvezza. E se di recente avete letto “Aereoporto” di Arthur Hailey o avete visto il film, allora sarà meglio viaggiare sui binari o su strada.

Anche se la moda non ha preso piede in India, in molti altri Paesi le dimostrazioni a bordo degli aerei e gli annunci sono a volte insaporiti da un pizzico di humour e da una buona dose di battute fatte in buona fede. Questo serve per allentare un po’ la tensione. Qui riportiamo alcuni esempi di humour da viaggio; spetta a voi decidere quanto siano efficaci.

  • Durante un Volo Continentale con un equipaggio molto “attempato”, il pilota ha detto, “Signore e signori, abbiamo raggiunto l’altitudine di crociera e ora spegneremo le luci in cabina, per il vostro comfort e per migliorare l’aspetto degli assistenti di volo”.

  • Durante l’atterraggio, un’assistente di volo ha detto “Vi preghiamo di non dimenticare i vostri oggetti personali. In caso lasciaste qualcosa, vi preghiamo di assicurarvi che sia di nostro gradimento”.

  • Ci possono essere 50 vie d’uscita per lasciare il vostro partner, ma ce ne solo solo 4 per uscire da quest’aereo”.

  • Vi ringraziamo per aver volato con Delta Business Express. Ci auguriamo che siate stati lieti di averci dato quest’opportunità tanto quanto lo siamo stati noi di avervi a bordo”.

  • Dopo un atterraggio particolarmente burrascoso durante una tempesta a Memphis, un assistente di volo su un volo diretto a Northwest ha affermato, “Vi preghiamo di aprire i compartimenti superiori con cura, perché dopo un atterraggio del genere, è sicuro al 100% che si è spostato tutto”.

  • Un impiegato della Southwest Airline: “Benvenuti a bordo del Volo 245 della Southwest diretto a Tampa. Per allacciare la cintura di sicurezza, inserire il passante di ferro nella fibbia e tirare forte. Funziona come tutte le altre cinture di sicurezza; e se non sapete come allacciarne una, allora non dovreste andare in giro senza un accompagnatore”.

  • In caso di un’improvvisa depressurizzazione in cabina, cadranno delle maschere d’ossigeno. Non urlate. Afferrate la mascherina e indossatela. Se state viaggiando con un bambino, prima di infilargliela assicuratevi di aver indossato bene la vostra. Se state viaggiando con più di un bambino, scegliete il vostro preferito.”

  • La temperatura esterna a destinazione è di 50 gradi con delle nuvole sparse, ma cercheremo di rimetterle in ordine prima del nostro arrivo. Grazie, e ricordate, nessuno ama voi o i vostri soldi più della Southwest Airlines”.

  • È possibile utilizzare il cuscino come galleggiante. Quindi, in caso di atterraggio d’emergenza sull’acqua, nuotateci fino a riva e consideratelo un omaggio insieme ai nostri complimenti.”

  • Prima di uscire dall’aereo assicuratevi di avere con voi tutti i vostri effetti personali. Gli oggetti restanti verranno distribuiti equamente tra gli assistenti di volo. Si prega di non lasciare bambini o coniugi”.

    TESTO ORIGINALE : http://www.batchmates.com/bmtimes/content.aspx?contentId=2001&fb_source=message

    TRADUZIONE A CURA DI: angolotraduzioni

The Truth About Love – P!NK

Una delle cose più affascinanti di Pink negli ultimi dieci anni è stata quella di stare sempre coi piedi per terra. Grazie alle sue hit pop di notevole successo, può essere considerata al pari di Rihanna, Beyoncé e Katy Perry, ma lei è tutt’altro che una diva del pop.

Quando canta “è stata una giornata di merda”  (“It’s been a shit day”) nel primo singolo di “The Truth About Love, “Blow Me (One Last Kiss)”, quando spera che l’ascensore arrivi più in fretta in “Walk of Shame”, o quando ammette “a volte odio ogni singola parola che dici”  (“Sometimes I hate every single word you say”) su “True Love”, si percepisce immediatamente qualcosa che riconduce al modo di Pink di fregarsene della posizione in classifica delle sue canzoni o del numero di dischi di platino da appendere al muro. Anche le canzoni che sembrano allegre vengono spesso avvolte da un alone cupo che lei, che si autodefinisce come eterna “disadattata”, non riesce a scrollarsi di dosso. A differenza di altri artisti che cercano di spiegare a noi come sono le cose, Pink si accontenta di vivere ai margini tetri e confusi insieme al resto degli scemi come noi.

In “The Truth About Love”, il suo primo album dopo quattro anni e dopo essere diventata mamma, lo sforzo che Pink fa per assicurare al pubblico di non essersi persa nello spirito materno è palpabile (ed udibile). La maternità ha evidentemente aggiunto una dimensione importante nella sua vita, ma in molte cose, Pink è ancora la solita pasticciona di un tempo. Grazie a Dio.

Molto dell’amore (“Love”) riguarda ciò che ci suggerisce il titolo dell’album: quant’è difficile far durare l’amore. A volte tratta l’argomento in maniera comica e altre in maniera struggente, ma è sempre sincera. Nella traccia che dà il titolo all’album canta “la verità sull’amore è che va e viene” (“The truth about love is that it comes and go”) e questo è più o meno tutto quello che veramente  abbiamo capito a riguardo.

Sul piano musicale, è evidente il suo tentativo di ricercare una profondità maggiore rispetto a quanto fatto finora. Lei è molto conosciuta per i suoi inni ai festini o alle ballate mid-tempo sulle storie finite male, ma stavolta ha aperto i suoi orizzonti a più generi musicali che le calzano molto bene addosso. Entrambe le ritmate “True Love” e “The Truth About Love” devono più che qualche piccolo debito alle canzoni ballabili portate al successo dalle vecchie band femminili di una volta. Sulle strofe di “How Come You’re Not Here” ricorda i White Stripes con la sua atmosfera blues e riverberante e le sue melodie distorte. Nonostante le sue numerose collaborazioni in questo album, tra cui quella con Dan Wilson, Max Martin, Jeff Bhasker, Greg Kurstin, e Billy Mann, c’è una certa una coerenza (e un certo beat ricorrente) che riprende l’intero album.

Riesce a far struggere con i suoi testi profondi. In “How Come You’re Not Here” sogghigna “ti aspetterò qui finché non ti sarai stufato oppure lei non ti mollerà per una birra” ( “I’ll wait right here until you get bored or she gets carded for beer,” ) mentre allo stesso tempo si dispera per l’assenza del suo compagno che l’ha tradita. In “True Love” all’ “unico amore che abbia mai conosciuto” (“the only love I’ve ever known”) canta “sei uno stronzo ma ti amo” (“You’re an asshole, but I love you,” ). Ma tutti sappiamo la verità: sotto quella scorza dura c’è un marshmallow che non appena si ritrova da sola scoppia a piangere.

Uno dei brani su cui soffermarsi è il duetto con Nate Russ dei Fun, “Just Give Me A Reason”, scritta insieme a Pink. I due interpretano una coppia alla ricerca di un segno per continuare a stare insieme nonostante la loro relazione stia “raccogliendo polvere” (“collectin dust”). Nel brano si riconosce d’impatto lo stampo di “We Are Young” come impalcatura musicale di fondo, e le voci dei due si sposano molto bene insieme.

Non si può dire lo stesso per “Here Comes The Weekend”, una delle tracce più deboli dell’album. C’è un costante beat di 4/4 che dovrebbe servire a “spegnere le sirene” (“to set off the sirens”), ma la canzone risulta piuttosto piatta fino all’ingresso dal nulla di Eminem. È una presenza piacevole, ma sembra come se si trovasse in un’altra canzone. La strofa in cui canta la voce dolce di Lily Allen (riportata nei credits col suo nome da sposata, Lily Rose Cooper) in “True Love” è decisamente più interessante.

Pink non riceve molto apprezzamento per le sue ballate, anche se ne ha scritte diverse molto belle prima. Centra nuovamente l’obiettivo con “Beam me Up”, un racconto toccante e struggente che parla del desiderio di stare con una persona che è venuta a mancare. Sebbene mai malinconica, la canzone e il suo trasposto, riescono a commuovere chiunque “prenda una stella per vederla splendere” (”who picks a star to watch it shine”) per sentire il contatto con la persona scomparsa. Nella ballata al pianoforte, “The Great Escape” ricorda Bonnie Raitt.

(Ebbene sì, siete sorpresi a leggere questo paragone tanto quanto lo sono io a farlo).

Sebbene abbia dovuto combattere nel fango per non farsi portar via il titolo di regina dei party trash da Kesha, Pink non ci pensa proprio ad abbandonare il suo diritto a dire parolacce, a far ballare e a sputare pubblicamente tutto senza pensarci due volte, nonostante la nuova maturità che l’artista ha trovato. Su “Slut Like You”, prende liberamente in prestito il ritmo electro-clash di “Woo Hoo” di Blur. Il messaggio può essere discutibile, ma il beat è innegabilmente coinvolgente. Sulla simpatica “Walk of Shame”, lei vorrebbe solamente non essersi svegliata con un tatuaggio mentre cerca di scappare dai pasticci combinati la notte prima.

Con “The Truth About Love”, Pink continua sulla strada della superstar con cui ci andremmo volentieri a prendere un drink. Tanto la sue esperienze personali quanto la sua felicità crescono, accompagnate da domande e confusione. Meglio farne una copia.

TRADUZIONE DELL’ORIGINALE http://www.hitfix.com/news/album-review-pinks-the-truth-about-love-revels-in-lifes-messiness

A CURA DI : angolotraduzioni

Consigli sul canto – Falsetto vs Voce di testa Consigli su Voce e Canto

Salve, sono Brett Manning. Benvenuti al consiglio vocale della settimana.
Oggi voglio parlarvi della differenza tra il “falsetto” e la “voce di testa”.
Il problema del termine “voce di testa” risiede nel fatto che ogni volta che un uomo canta in un registro superiore a quello di petto, viene considerato come “voce di testa”. Perciò, finché non ritorna al suo registro di petto sta cantando con “voce di testa”, ma noi vogliamo concentrarci sul punto d’incontro tra la voce di petto e quella di testa, una miscela tra le due.
Se canto “UH…….” la mia voce di testa risulta molto leggera.
La differenza sostanziale tra voce di testa e falsetto è semplicemente una questione di suono. Il falsetto è un suono più aspirato “hhiiii” e può essere paragonato ad un sospiro. Nella voce di testa, invece, c’è l’adduzione delle corde vocali, queste si chiudono “ii, ii”.
Se emetto il suono più in profondità “ohhhh..” si sente chiaramente la risonanza della voce di testa perché il suono non è bloccato nella bocca “oh, oh, oh”. Questo suono è una miscela tra la voce di testa e la voce di petto. Quando parliamo di voce di testa, parliamo di una qualità vocale che assomiglia molto al falsetto. Quindi, se riuscite ad arrivare ad un punto in cui sapete miscelare qualità vocali come falsetto e voce di petto oppure voce di testa e voce di petto, i vocaboli ed i termini diventeranno irrilevanti. Non dovrete più pensare “sto cantando di testa? Di petto? In falsetto? In voce mista?” Dovrete invece pensare “Prima cosa, mi sento bene mentre emetto il suono? Seconda cosa, il suono è gradevole? Terza cosa, questo tipo di voce è adatto a quello che sto cantando?”

Spero di esservi stato d’aiuto, ho fatto tutto molto velocemente, spero di darvi presto anche la traduzione degli altri video. Fatemi sapere com’è andata. Ci sono dei termini che in italiano se avessi utilizzato la vera e propria traduzione sarebbero stati un po’ incapibili, perciò ho cercato l’adattamento migliore, faccio scuola interpreti perciò spero di aver fatto un lavoro almeno discreto! Buona Domenica.

TRADUZIONE A CURA DI : angolotraduzioni

Come cantare – Imparare a raggiungere facilmente le note alte

Ciao a tutti, io sono Jesse Nemitz di Singing Success On Line, e qui con me c’è Bill Caywood. Bill è il capo dei grafici della Singing Success e non ha mai preso lezioni di canto prima d’oggi. Perciò questa è la sua prima esperienza nei territori del metodo Brett Manning, Singing Success. Lui canta da…quanti anni?
-10 anni
Ha un suo gruppo musicale, si chiamano i “The Cardinal Rule”. Perfetto, adoro seguire le persone che amano cantare ma che non hanno mai frequentato lezioni di canto, perché è molto più facile correggere qualcuno agli inizi che sia privo cattivi abitudini.
“Ma-a-a-a-a…“ …
Ok perfetto, ogni volta che arrivi al SI “Ma-a-a-a-a-“ di nuovo “Ma-a-a-a-a” proprio lì! La voce si spezza. Quando si tratta di un registro basso l’emissione e la compressione dell’aria vanno bene. Perciò quando uno ti sente vocalizzare dirà “Va bene, va bene” ma quando arrivi al SI al di sotto del Do centrale, il suono inizia a farsi più stridulo e tendi a spingere. Uno si domanda “perché sta spingendo?” Beh, la risposta è perché è probabile che a questo SI inizi a perdere la compressione dell’aria. “Ma-a-a-a-a” mettiti la mano qui (sulla laringe) “yeah..yeah” fai un suono più profondo! “Ma-a-a-a-a” Cosa senti? Cosa succede alla laringe?
– Sembra come se si stringesse.
– Schizza in alto. E si può sentire anche dal suono che emetti. La laringe deve rimanere in posizione neutrale. E’ quello il suono che devi sentire. Quando deglutisci la laringe si sposta in alto, e non si può cantare mentre si deglutisce. Diventa molto più difficile cantare quando la laringe si sposta troppo in alto o troppo in basso. Ascolta che suono emettono le mie corde. Quando la laringe si sposta in basso le corde vocali scendono e “brrrrrrr”, quando si sposta in alto tutto quanto si irrigidisce. La posizione migliore invece è quando si trovano esattamente al centro.
– “Ma-ma-ma-ma-ma”. Perfetto, così, piegati, continua così. Quel SI è perfetto!”

TRADUZIONE A CURA DI : angolotraduzioni

AGARTHI – L’Isola che C’è (II PARTE)

II PARTE

Però, c’era qualcosa di cui ero ancora più meravigliato.

Quelle sillabe che riecheggiavano nella mia testa, tanto forte quanto nel luogo dove mi trovavo, non mi erano nuove. Il suono di quella parola, all’udito così armonica, mi ricordava qualcosa di già sentito.

Per un istante, restai in silenzio a fare un viaggio nella mia mente, tornando indietro, scartabellando tra i ricordi del presente e del passato, per cercare il momento della mia vita in cui avevo già incontrato quella parola.

Agarthi. Forse stavo per arrivarci.

Agarthi. Piccoli frammenti del passato.

Poi, dopo qualche istante tutto mi fu chiaro.

Mi ricordo il volto di mio nonno materno. Le rughe che gli marcavano il volto, gli occhi verdi come gli smeraldi, il sorriso più dolce che una creatura su questo mondo potesse avere. La sua voce era compagna di mille sogni, avventure, risate, lacrime. La sua voce mi riempiva di amore. La sua voce.

Mi ricordo di me, rintanato sotto le coperte, in un inverno gelido, ad occhi semichiusi, mentre ascoltavo le parole di quell’anima che riposerà per sempre nel mio cuore.

Durante quella fredda notte di gennaio, mio nonno mi disse: “la vuoi sentire una storia?”. Io risposi: “Sì, nonno”. E quello che seguì ora mi risulta più nitido che mai, come se ora fosse qui a raccontarmi nuovamente quella leggenda che pochi conoscono.

La storia che ti voglio raccontare è la storia di una civiltà antichissima e di un regno che solo pochi umani sono riusciti a scoprire. Il regno di Agarthi, all’interno delle cavità della Terra, accessibile solo attraverso un passaggio segreto sconosciuto all’uomo. Agarthi è una terra suddivisa in otto parti e settantasei regni. È abitata da creature magnifiche. È un luogo dove la pace e la luce regnano sovrani. Ci sono solo otto porte in tutto il mondo che conducono ad Agarthi ma nessuno sa dove si trovano. C’è chi sostiene di averne trovata una in Polo Nord, un’altra al Polo Sud, e chi addirittura sostiene di averne trovata un’altra nel Deserto del Gobi. Ma nessuna è mai stata data per certa.”

Si dice che l’accesso al mondo di Agarthi sia concesso solamente a colui o colei che ha il cuore puro quanto il cristallo, privo di impurità e di macchie di cui l’uomo spesso si sporca della sua vita. Solamente le anime sincere possono essere in grado di scoprire la porta che conduce ad Agarthi. Per l’occhio umano, i cancelli d’entrata non sono altro che rocce levigate che formano un ingresso ad una caverna buia. Secondo la leggenda invece, coloro con l’animo vero e puro, vedono altro che un semplice condotto verso l’oscurità. I loro occhi riescono a vedere un piccolo passaggio di luce che conduce verso quel mondo segreto, arcano e nascosto all’invidia dell’uomo. Una volta entrati in quel mondo, si diventa cittadini del regno, della terra a cui tanti hanno cercato di trovare una ragione.”

Le parole di mio nonno sembravano zucchero filato per un bambino goloso. Volevo saperne di più. Volevo conoscere.

Perciò nonno, tu puoi entrare ad Agarthi. Sei il più buono del mondo”.

Sorrise, con una dolcezza che solo lui poteva avere.

Amore, quando crescerai ti accorgerai che sbagliare farà parte dell’essere umano. È proprio per questo che l’ingresso al mondo di Agarthi è quasi impossibile. Non esiste uomo che sia puro, sincero e libero da ogni imperfezione. Ma sono sicuro che tu un giorno potrai andarci. Il tuo cuore è candido come la neve che cade durante i pomeriggi d’inverno.”

Perciò io potrò andare ad Agarthi?”

Chi può dirlo, amore mio. Promettimi che quando ci andrai, se mai accadrà, porterai sempre il tuo pensiero con me, così un giorno, ovunque io starò, saprò in qualche modo di aver avuto anche io l’accesso al mondo che tutti hanno sempre cercato ma non hanno mai trovato”.

Io lo guardai. Quella frase fu un colpo al cuore. Questo voleva dire che un giorno io sarei stato lontano da mio nonno. Ancora non capivo come in verità la vita può cambiare i nostri destini in pochi attimi. Il futuro che noi abbiamo davanti non è nient’altro che il fumo di sigaretta che scompare dopo qualche secondo.

Questo vuol dire che tu non resterai sempre con me?”

Mi guardò. Aveva capito quello che stavo pensando. Rifletté per qualche istante poi mi rispose.

Io starò sempre con te. C’è un posto dentro di noi in cui una volta entrati non si può mai andar via. Il tuo cuore avrà sempre un piccolo posto per me, come il mio ne avrà sempre uno grande grande per te. Noi non ci lasceremo mai.”

Lo guardai dritto nei suoi occhi, quegli occhi che facevano scomparire ogni dubbio che avevo. In quel momento non ebbi più paura. Mi fidavo di lui. Sapevo che quello che diceva era vero. E volevo crederci.

Va bene, nonno. Ora però raccontami ancora di Agarthi. Ti prego. Voglio sapere”.

Mio nonno tirò un sospiro. Mi guardò e in quel momento gli occhi gli brillarono. Rivedeva in me lui da piccolo. Quella curiosità, quella voglia di scoprire tutto.

È un lungo racconto…”

Continua

Agarthi – L’Isola che C’è

I PARTE

Silenzio intorno a me.

Sembrava come se quei rumori che avevano pervaso la mia testa fino a qualche istante prima si fossero dissolti nel nulla, inghiottiti da un vortice di silenzio che non lascia scampo.

Era uno di quei casi in cui a volte il rumore del nulla è più forte di quello del mondo frenetico. Sì, quel mondo che però ora sentivo distante. Era come se avessi abbandonato quello che mi circondava fino a pochi secondi prima. Mi sentivo diverso. L’aria che respiravo sembrava essere composta da molecole d’ossigeno differenti da quelle che mi accompagnavano sin da quando giocavo nei parchi dove mi portava mia nonno da piccolo, oppure da quell’ossigeno che continuava a far battere quel cuore che dicono ci permetta di vivere. Quella linfa vitale, senza la quale i miei occhi vedrebbero solo il nero delle palpebre, aveva un odore, un sapore, una consistenza diversi.

Lentamente provai ad aprire gli occhi, ma al primo tentativo  i miei sforzi furoni respinti dal bagliore di una luce che incontrai all’istante. Una luce troppo forte. Una luce abbagliante. Una luce non umana. Una luce divina. Luce. Solo luce.

Riflettei per qualche istante, e, meno spavaldo di prima, decisi di fare un altro tentativo, questa volta imbracciando la cautela di cui avevo peccato prima.

Facendo un respiro, dosai l’apertura delle palpebre quasi come si fa per una medicina letale, di cui una goccia in più potrebbe causare la morte immediata. Così facendo, i miei occhi verdi quasi si abituarono al bagliore che non cessava di attaccarli. Ma questa volta fui io a vincere.

Finalmente davanti a me avevo quello che si potrebbe definire « l’ignoto ». Quasi di riflesso, insieme agli occhi, fu la mia mascella a spalancarsi. Attonito per ciò che si stagliava dinnanzi a me, concessi alla mia testa del tempo per riflettere su quello che le mie pupille si trovavano di fronte.

Avevo un solo presentimento. Nella mia mente risuonava una parola. L’ultima parola che avevo sentito prima di chiudere gli occhi. L’ultima parola prima di lasciare il mondo a cui appartenevo. L’ultima parola che non smetteva di ripetersi nei condotti della mia mente. E a bassa voce, quasi spontaneamente, quella parola venne fuori, abbandonandola nello spazio vuoto che mi circondava, ma diventando sempre più grande a cause dell’eco provocato dalla grandezza della dimora dove mi trovavo ad abitare in quel momento. Il luogo si riempì delle sillabe che avevo prounciato, e così come nella mia testa, anche le mie orecchie si riempirono di nuovo di quel nome che non voleva andarsene. Agarthi. A-gar-thi- A-gar-thi. A-gar-thi.

Continua…

Tratto da “La lettera scarlatta” (1850) di Nathaniel Hawthorne (1804-1864)

Capitolo II

Quando la porta della cella fu spalancata dall’ interno apparve, in primo luogo; per cominciare, per prima cosa, innanzitutto, come un’ombra nera che emerge dalla luce del sole, la sinistra e cartilaginea presenza dell’ufficiale di giustizia, con una spada al suo fianco, e il suo bastone di ordinanza in mano. Questi, nel suo aspetto raffigurava e rappresentava la funerea severità del codice legislativo puritano, che era suo compito applicare con estremo rigore sul colpevole. Mostrando il bastone di ordinanza che teneva nella mano sinistra, pose la mano destra sulla spalla di una giovane donna, spingendola così in avanti, finché, sulla soglia della porta della cella lei lo respinse, con un gesto pieno di naturale dignità e forza di carattere, avanzando verso l’esterno come di sua spontanea volontà. Portava fra e braccia un bebè, una bambina di circa tre mesi, che a causa della luce accecante del sole strizzava gli occhi e voltava il visino di lato.; poiché la sua esistenza, fino a quel momento le aveva fatto conoscere solo il grigio crepuscolo dei una cella, o altre stanze buie della prigione.

Quando la giovane donna, la madre della bambina, si trovò completamente esposta alla folla, il suo primo impulso sembrò essere quello di stringere la creatura al petto; non tanto per uno slancio di affetto materno, quanto perché in questo modo avrebbe potuto nascondere un certo segno, ricamato o tessuto sul suo abito. In un attimo, tuttavia, valutando saggiamente che quel segno della sua vergogna  sarebbe a malapena  servito per nasconderne un altro, prese la bambina tra le braccia, e arrossendo violentemente, ma con un sorriso di sfida, e uno sguardo che non si sarebbe lasciato intimorire, guardò attorno i concittadini e i vicini. Sul corpetto del vestito, in un elegante tessuto rosso, circondata da un ricamo elaborato e da fantastici arabeschi di filo d’oro, appariva la lettera A. Era stata realizzata in modo così artistico, e con tale ricchezza e sontuoso sfoggio di immaginazione, da apparire in tutto e per tutto come la decorazione più appropriata e opportuna per la veste che indossava, il cui splendore si accordava al gusto dell’epoca, ma superava di gran lunga quanto era permesso dalle leggi suntuarie della colonia.

La giovane donna era alta, con una figura di perfetta eleganza in proporzione. Aveva capelli scuri e folti, così lucenti da riflettere con un bagliore la luce del sole; e un volto che, oltre ad essere bello per la regolarità dei lineamenti e per lo splendore dell’incarnato, aveva l’espressività che colpiva per le sopracciglia marcate e i profondi occhi neri. Inoltre, era signorile, alla maniera della nobiltà femminile dell’epoca; caratterizzata da una certa signorilità e dignità, più che da quella delicata, evanescente e indescrivibile grazia, che ad oggi la contraddistingue. E mai Ester Prynne era sembrata essere così signorile, nell’antica accezione del termine, di quando uscì dalla prigione. Coloro che l’avevano conosciuta prima, e che si erano aspettati di vederla offuscata e oscurata da una nube di sventura, erano stupiti, e anche sorpresi nel notare come la sua splendente bellezza trasformasse in aureola, la disgrazia e l’ignomia in cui era avvolta. Forse, un osservatore sensibile potrebbe trovare qualcosa di squisitamente doloroso in tutto ciò. Quella veste, che aveva davvero cucito per l’occasione in prigione, e che aveva modellato seguendo la sua immaginazione, sembrava esprimere l’atteggiamento del suo spirito, la disperata avventatezza del suo stato d’animo, con la sua indomabile e pittoresca peculiarità. Ma il punto che attirava lo sguardo di tutti e che, trasfigurava colei che la indossava—a tal punto che coloro che già la conoscevano, uomini e donne, rimasero colpiti ed ebbero l’impressione di vederla per la prima volta—era quella LETTERA SCARLATTA, così estrosamente ricamata e luminosa sul suo petto. Aveva l’effetto di un incantesimo che la tirava fuori / rimuoveva dalle relazioni ordinarie con l’umanità, e la racchiudeva in una sfera tutta sua. “Era molto abile con l’ago, non c’è che dire/questo è certo”, osservò una delle spettatrici; “ma quale donna mai, prima di questa svergognata prostituta, ha escogitato un piano simile per dimostrarlo? Perché, comari, di che altro si tratta se non di una presa in giro dei nostri devoti magistrati, di un modo per trasformare in motivo di vanto ciò che quei degni gentiluomini avevano inteso come punizione?”

“Sarebbe meglio”, mormorò quella tra le vecchie dame con l’espressione più ferrea , “se strappassimo via quel ricco abito dalle spalle delicate della signora Hester; e quanto a quella lettera rossa che ha cucito in maniera così bizzarra, donerò un pezzo della mia flanella da reumatismi per farne una più adeguata!”

“Oh, silenzio, vicine—silenzio!” mormorò la più giovane di loro; “Non lasciate che vi senta! Non c’è un solo punto in quella lettera ricamata che non l’abbia trafitta al cuore.”

Il torvo/severo ufficiale di giustizia ora fece un gesto con il suo bastone. “Fate largo, brava gente—fate largo, in nome del Re!” gridò. “Fate spazio, e vi prometto che la signora Prynne verrà sistemata dove uomini, donne, e bambini potranno godere di una buona vista del suo mirabile abito da questo momento fino all’una del pomeriggio. Sia benedetta l’onesta colonia del Massachusetts, dove l’ingiustizia è trascinata alla luce del sole! Seguitemi Signora Hester, e mostrate la vostra lettera scarlatta sulla piazza del mercato!”

Originale: http://www.sparknotes.com/nofear/lit/the-scarlet-letter/chapter-2/page_2.html

Orgoglio e pregiudizio

Capitolo 2

Mr. Bennet era stato uno dei primi tra coloro che avevano fatto visita a Mr. Bingley. Aveva sempre avuto intenzione di farlo, anche se fino all’ultimo aveva assicurato alla moglie che non ci sarebbe andato, e fino alla sera successiva alla visita lei non ne seppe nulla. La notizia fu poi rivelata come segue. Osservando la sua seconda figlia impegnata nella decorazione di un cappello, lui le si rivolse improvvisamente, dicendo:

“Spero che a Mr. Bingley piaccia, Lizzy.”

“Non abbiamo modo di sapere cosa piace a Mr. Bingley”, disse la madre, risentita, “dal momento che non andremo a fargli visita.”

“Ma dimenticate, mamma”, disse Elizabeth, “che lo incontreremo nelle feste, e che Mrs. Long ha promesso di presentarcelo.”

“Non credo che Mrs. Long farà niente del genere. Ha due nipoti (del suo). È una donna egoista e ipocrita, e non ho alcuna stima di lei.”

“Neanche io”, disse Mr. Bennet, “e sono lieto di constatare che non dipendete dai suoi favori/servigi.”

Mrs. Bennet non si degnò di replicare; ma incapace di contenersi, iniziò a rimproverare una delle figlie.

“Smettetela di tossire così, Kitty, per l’amor del cielo! Abbiate un po’ di compassione per i miei nervi. Li state facendo a pezzi.”

“Kitty non ha alcuna discrezione nel tossire”, disse il padre; “sceglie male i tempi./ sceglie sempre momenti sbagliati”

“Non tossisco mica per divertirmi”, replicò Kitty stizzita.

“Quando ci sarà il prossimo ballo, Lizzy?”

“Tra quindici giorni da domani.”

“Già, proprio così”, esclamò la madre, “e Mrs. Long non tornerà fino al giorno prima; così, le sarà impossibile presentarci, considerando che lei stessa non lo conoscerà.”

“Allora, mia cara, potreste avere un vantaggio sulla tua amica, presentandolo voi a lei.”

“Impossibile, Mr. Bennet, impossibile, dato che io stessa non lo conosco; come potete tormentarmi così?”

“Rendo onore alla vostra cautela/prudenza. Una conoscenza di quindici giorni è sicuramente molto esigua. Non si può sapere com’è davvero un uomo dopo soli quindici giorni. Ma se non ci proviamo noi, lo farà qualcun altro, e, dopo tutto, Mrs. Long e le sue figlie devono avere una possibilità; e quindi, dato che lei lo considererà un atto di gentilezza, se rifiutate questo compito, me ne farò carico io stesso.”

Le ragazze fissarono il padre. Mrs. Bennet disse soltanto, “Sciocchezze, sciocchezze!”

“Quale sarebbe il senso di questa esclamazione così enfatica?” osservò/asserì lui. “Ritenete che le formalità di una presentazione, e l’importanza che si da ad esse, siano sciocchezze? Non posso certo essere d’accordo con voi su questo punto. Che ne dite, Mary? Visto che, lo so, siete una signorina capace di profonde riflessioni, leggete libroni e ne fate i riassunti.”

Mary desiderava dire qualcosa di saggio, ma non sapeva come.

“Mentre Mary riordina le idee”, proseguì lui, “torniamo a Mr. Bingley.”

“Sono stufa di Mr. Bingley”, esclamò la moglie.

“Questo mi dispiace; ma perché non me l’avete detto prima? Se almeno l’avessi saputo stamattina, sicuramente non sarei andato a fargli visita. È davvero una sfortuna, ma dato che in effetti la visita l’ho fatta, ora non possiamo più esimerci da questa conoscenza.”

Lo sbalordimento delle signore fu esattamente quello che aveva cercato; quello di Mrs. Bennet forse superava tutti gli altri, anche se, quando il primo tumulto di gioia si placò/terminò, iniziò a giurare che era ciò che si era sempre aspettata.

“Come siete stato buono, mio caro Mr. Bennet! Ma lo sapevo che alla fine vi avrei convinto. Ero sicura che ami troppo le nostre ragazze per trascurare una conoscenza del genere. Be’, sono proprio contenta! ed è stata una cosa così bella, esserci andato questa mattina e non aver detto nulla fino adesso.”

“Ormai, Kitty, potete tossire quanto volete”, disse Mr. Bennet; e, mentre parlava, uscì dalla stanza, stremato dell’euforia della moglie.

“Che padre eccellente avete, ragazze!” disse lei, non appena si chiuse la porta. “Non so come potrete mai ripagare la sua gentilezza; o anche la mia, se è per questo. Alla nostra età, ve lo dico io, non è così piacevole fare ogni giorno nuove conoscenze; ma per amor vostro faremmo qualsiasi cosa. Lydia, tesoro mio, anche se sei la più giovane, credo proprio che Mr. Bingley ti farà da cavaliere al prossimo ballo.”

“Oh!” disse Lydia convinta, “non ho paura; perché anche se sono la più giovane, sono la più alta.”

Il resto della serata passò facendo ipotesi su quando Mr. Bingley avrebbe ricambiato la visita di Mr. Bennet, e decidendo quando lo si dovesse invitare a pranzo.

Originale: http://www.pemberley.com/janeinfo/ppv1n02.html

Orgoglio e pregiudizio (1797, pubblicato nel 1813) di Jane Austen (1775-1817)

Capitolo I

È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un cospicuo patrimonio, debba aver bisogno di una moglie.

Sebbene si sappia ben poco dei sentimenti e dei punti di vista di un uomo del genere al suo primo arrivo nel villaggio, questa verità è così bene impressa nelle menti delle famiglie del circondario, da considerarlo di legittima proprietà di una o l’altra delle loro figlie.

“Mio caro Mr. Bennet,” gli disse un giorno la sua signora, “hai saputo che finalmente Netherfield Park è stato affittato?”

Mr. Bennet rispose di no.

“Ma è così”, rispose lei; “poiché Mrs. Long è appena stata qui, mi ha raccontato tutto.”

Mr. Bennet non replicò.

“Vuoi sapere chi l’ha presa in affitto?” esclamò la moglie con impazienza.

Tu vuoi dirmelo e io non ti negherò il mio ascolto”.

Era quanto bastava.

“Perché, mio caro, devi sapere, Mrs.Long dice che Netherfield è stata presa in affitto da un giovanotto molto facoltoso del nord dell’Inghilterra; che è arrivato lunedì in un tiro a 4 per vedere il posto, e che ne è rimasto così tanto entusiasta che ha preso accordi immediati con Mr. Morris; e che ne prenderà possesso prima del giorno di San Michele, e che una parte della servitù ci andrà entro la fine della prossima settimana.

“Qual è il suo nome?”

“Bingley.”

“È sposato o è scapolo?”

“Oh, scapolo, mio caro, puoi starne certo! Uno scapolo con un buon patrimonio; quattro o cinque mila l’anno. Che bella notizia/cosa per le nostre ragazze!”

“Perché mai? Come potrebbe riguardarle?”

“Mio caro Mr. Bennet,” replicò sua moglie, “come puoi essere così irritante/stancante! Lo sai bene che sto pensando di farlo sposare con una di loro.”

“Era questo il suo progetto quando ha deciso di stabilirsi qui?”

“Progetto! Sciocchezze, come puoi dire una cosa del genere! Ma è molto probabile che possa innamorarsi di una di loro, e dunque devi fargli visita non appena arriva.”

“Non vedo nessun motivo per farlo. Potete andare tu e le ragazze, oppure puoi mandarle da sole, il che forse sarà ancora meglio; visto che tu sei bella quanto loro, Mr. Bingley potrebbe considerarti la migliore del gruppo.”

“Mio caro, tu mi lusinghi. Certo, ho avuto la mia parte di bellezza, ma ora non pretendo di essere nulla di straordinario. Quando una donna ha cinque figlie cresciute, non deve più pensare alla propria bellezza.”

“In casi del genere una donna spesso non ha più molta bellezza a cui pensare.”

“Ma, mio caro, devi davvero andare a trovare Mr. Bingley, una volta arrivato.”

“È più di quanto possa impegnarmi a fare, te l’assicuro.”

“Ma pensa alle tue figlie. Pensa solo a che sistemazione sarebbe per una di loro. Sir William e Lady Lucas sono decisi ad andare solo per questo motivo, perché lo sai che generalmente non fanno visita ai nuovi arrivati. Devi andarci per forza, perché se non lo fai per noi sarebbe impossibile fargli visita.”

“Sicuramente ti fai troppi scrupoli. Credo proprio che Mr. Bingley sarà felicissimo di conoscervi, e io manderò qualche rigo tramite te per assicurargli il mio cordiale consenso al suo matrimonio con qualunque delle ragazze preferisca, anche se dovrò mettere una parola buona per la mia piccola Lizzy.”

“Fammi il piacere di non fare una cosa del genere. Lizzy non ha nulla di meglio delle altre, e sono certa che non sia bella nemmeno la metà di Jane, né che abbia nemmeno la metà del carattere gioviale di Lydia. Ma tu dai sempre la preferenza a lei.”

“Nessuna di loro ha niente di cui andare fiera”, rispose lui; “sono tutte sciocche e ignoranti come la altre ragazze; ma Lizzy ha un po’ più di acume rispetto alle sorelle.”

“Mr. Bennet, come puoi offendere così le tue stesse figlie? Ti diverti a tormentarmi. Non hai nessuna compassione per i miei poveri nervi.”

“Ti sbagli, mia cara. Ho un grande rispetto per i tuoi nervi. Sono miei vecchi amici. Li ho sentiti, con grande rispetto, menzionare da te almeno negli ultimi vent’anni.”

“Ah, non sai quanto soffro.”

“Ma spero che riuscirai a guarire, e a vivere per vedere tanti giovanotti con quattromila l’anno arrivare nel vicinato.”

“Non servirebbe a nulla anche se ne arrivassero venti, visto che tu non andrai a far loro visita.”

“Contaci, mia cara, che quando saranno venti, andrò a far visita a tutti.”

Mr. Bennet era un insieme talmente bizzarro di acume, animo sarcastico, riserbo e fantasia, che l’esperienza di ventitré anni non era bastata alla moglie per capirne il carattere. La mente di lei era meno difficile da cogliere. Era una donna di scarsa intelligenza, di poca cultura e di temperamento mutevole. Quando non era contenta si immaginava nervosa. Lo scopo della sua vita era di far sposare le sue figlie; la sua consolazione erano le visite e i pettegolezzi.

Originale: http://www.pemberley.com/janeinfo/ppv1n01.html

“Male contro Bene” – Tratto da “Robinson Crusoe” (1719) di Daniel Defoe (1660-1731)

Male contro Bene

 

Tratto da “Robinson Crusoe” (1719) di Daniel Defoe (1660-1731)

 

Cominciai a considerare seriamente la mia condizione, e lo stato in cui ero ridotto; misi su carta un riassunto della mia situazione, non tanto per lasciarlo a chi sarebbe venuto dopo di me, poiché non c’erano molte possibilità che io avessi eredi, quanto per liberare i miei pensieri dal continuo rimuginare che affliggeva la mia mente; e, poiché la ragione cominciava a dominare il mio sconforto, cominciai a consolarmi come meglio potevo, e a contrapporre il bene e il male, per poter distinguere il mio caso personale da altri peggiori; ed esposi il tutto in modo imparziale, come il dare e l’avere in un libro contabile, le consolazioni di cui godevo contro le afflizioni che avevo sofferto, in questo modo:

Male: mi trovo confinato su un’orribile isola deserta, privo di ogni speranza di salvezza.

Bene: ma sono vivo; e non sono annegato come tutto l’equipaggio della nave.

Male: sono stato scelto e allontanato, per così dire, da tutto il mondo, per essere infelice.

Bene: ma sono anche stato scelto tra tutto l’equipaggio, per essere salvato dalla morte, e Colui che mi ha miracolosamente salvato dalla morte può liberarmi da questa condizione.

Male: sono lontano dall’umanità, solitario; bandito dalla società dei miei simili.

Bene: Ma non muoio di fame, in un luogo sterile, che non offra nessuna possibilità di sostentamento.

Male: non ho vestiti per coprirmi.

Bene: ma vivo in un luogo caldo dove se avessi avuto dei vestiti, difficilmente li avrei indossati.

Male: sono indifeso, e non ho mezzi per resistere agli attacchi da parte di un uomo o di un animale.

Bene: ma sono confinato su un’isola nella quale non vedo bestie selvagge che potrebbero farmi del male, come quelle che vidi sulla costa africana; che sarebbe di me se avessi fatto naufragio su quelle coste?

Male: non c’è un’anima con cui possa parlare e con cui mi possa consolare.

Bene: Ma Dio ha miracolosamente indirizzato la nave abbastanza vicino alla riva, da cui ho potuto recuperare tutto il necessario per i miei bisogni e tutto ciò che mi aiuterà a supplirvi finché vivrò.

In generale, avevo la prova inconfutabile che difficilmente potevano esserci condizioni peggiori di questa ma che c’era qualcosa di negativo o di positivo per cui essere grati; che valga questo come insegnamento dato dall’esperienza delle più infelici delle situazioni in questo mondo: che si può sempre trovare qualcosa da cui trarre conforto, ed inserirla, nella descrizione del bene e del male, sul lato dell’attivo del conto.

Essendo ora riuscito ad indurre la mia mente a pensare cose che avrebbero potuto alleviare la mia condizione, e avendo rinunciato a scrutare il mare per vedere se avessi potuto individuare una nave, cominciai ad organizzare il mio sistema di vita, e a rendermi le cose il più agevole possibile.

Originale: http://classiclit.about.com/library/bl-etexts/ddefoe/bl-ddefo-rcru-4.htm