Il mistero di Agarthi


IL MONDO SOTTERRANEO DI AGARTHI

Silenzio intorno a me.

Sembrava come se quei rumori che avevano pervaso la mia testa fino a qualche istante prima si fossero dissolti nel nulla, inghiottiti da un vortice di silenzio che non lascia scampo.

Era uno di quei casi in cui a volte il rumore del nulla è più forte di quello del mondo frenetico. Sì, quel mondo che però ora sentivo distante. Era come se avessi abbandonato quello che mi circondava fino a pochi secondi prima. Mi sentivo diverso. L’aria che respiravo sembrava essere composta da molecole d’ossigeno differenti da quelle che mi accompagnavano sin da quando giocavo nei parchi dove mi portava mia nonno da piccolo, oppure da quell’ossigeno che continuava a far battere quel cuore che dicono ci permetta di vivere. Quella linfa vitale, senza la quale i miei occhi vedrebbero solo il nero delle palpebre, aveva un odore, un sapore, una consistenza diversi.

Lentamente provai ad aprire gli occhi, ma al primo tentativo  i miei sforzi furoni respinti dal bagliore di una luce che incontrai all’istante. Una luce troppo forte. Una luce abbagliante. Una luce non umana. Una luce divina. Luce. Solo luce.

Riflettei per qualche istante, e, meno spavaldo di prima, decisi di fare un altro tentativo, questa volta imbracciando la cautela di cui avevo peccato prima.

Facendo un respiro, dosai l’apertura delle palpebre quasi come si fa per una medicina letale, di cui una goccia in più potrebbe causare la morte immediata. Così facendo, i miei occhi verdi quasi si abituarono al bagliore che non cessava di attaccarli. Ma questa volta fui io a vincere.

Finalmente davanti a me avevo quello che si potrebbe definire « l’ignoto ». Quasi di riflesso, insieme agli occhi, fu la mia mascella a spalancarsi. Attonito per ciò che si stagliava dinnanzi a me, concessi alla mia testa del tempo per riflettere su quello che le mie pupille si trovavano di fronte.

Avevo un solo presentimento. Nella mia mente risuonava una parola. L’ultima parola che avevo sentito prima di chiudere gli occhi. L’ultima parola prima di lasciare il mondo a cui appartenevo. L’ultima parola che non smetteva di ripetersi nei condotti della mia mente. E a bassa voce, quasi spontaneamente, quella parola venne fuori, abbandonandola nello spazio vuoto che mi circondava, ma diventando sempre più grande a cause dell’eco provocato dalla grandezza della dimora dove mi trovavo ad abitare in quel momento. Il luogo si riempì delle sillabe che avevo prounciato, e così come nella mia testa, anche le mie orecchie si riempirono di nuovo di quel nome che non voleva andarsene. Agarthi. A-gar-thi- A-gar-thi. A-gar-thi.

Continua…

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