Traduzioni in italiano

Voglio la mia polo alla menta

Maruja Torres

Ciò che mi piace di più dell’estate sono le polo alla menta, il fatto di non incontrare nessuno che conosca -dopo aver proceduto con il piacevole rituale dei saluti prima della partenza- ed avere davanti tanto sudore e tanto tempo, senza l’obbligo di prendere decisioni. Né giuste né sbagliate.

Mi piacciono i vestiti larghi, leggeri e comodi, potermi fare più di una doccia veloce al giorno e ripetere questo gesto -alzare il braccio ed annusarmi furtivamente l’ascella- che mi spinge a cercare un bagno pubblico, usare acqua e sapone e prendere il deodorante dalla borsa. Mi piace portare il deodorante in borsa, e mi piace che sia una borsa di paglia grande per poterci far entrare un iPad 2, un costume e una cuffia, sei pennarelli, due libri, vari quadernini, un borsellino con la carta d’identità, la carta di credito e il tesserino di donatore di organi, un libretto degli assegni, un ventaglio colorato e uno scialle nel caso in cui si vada al cinema; e anche un paio di calzini.

Mi piace spaparanzarmi su una terrazza, ordinare dell’orzata e farmene un bel bicchiere. Mi piace affacciarmi di notte al balcone e odorare il profumo di gelsomino che ho imparato ad amare in Oriente e che non ha smesso di accompagnarmi in qualunque posto fossi. Ne ho uno sul mio balcone a Barcellona. Mi piace appoggiare i gomiti alle forme moderniste della ringhiera e sentire il cagnolino al mio fianco che respira profondamente, così come me, l’aria notturna, i fiori delle facciate e l’odore di frittura dei ristoranti vicini.

Insomma, tutte queste cose che mi piacciono -e delle quali vi sto rendendo partecipi, che vi interessi o meno, ora che sta per iniziare l’ultima settimana di luglio- sono andate in frantumi oggi

-che per me è il 12 luglio- quando ho aperto la versione cartacea de El País e ho letto un titolo a cinque colonne: Spagna e Italia si affacciano sull’abisso. E non era tutto. Il titolo dell’editoriale era L’euro, di fronte al precipizio. Le stesse informazioni venivano riportate dagli altri quotidiani, dalle radio, dalla televisione.

Abisso, precipizio? Mi sento autorizzata a porvi le seguenti domande: “Amici, siete ancora lì?”. “Sapete se la strada giusta è qui?”. L’Europa nel frattempo è andata a rotoli e tutti noi stiamo pettinando le bambole?

Diamine, quanta indolenza. Se in fin dei conti ho già dei vestiti larghi e leggeri, alcuni piuttosto datati, che adoro e rammendo; se ho una borsa di paglia e cose con cui riempirla. Se ho degli amici che per le vacanze partono -e ci salutiamo- o che passano per Barcellona per raggiungere la loro meta -e ci salutiamo-, e se inoltre mi piace rimanere nella mia città per spaparanzarmi e farmi la doccia velocemente e praticare la compulsiva arte del deodorante. Proprio adesso, quest’estate, perché mi scombinano i piani con parole come precipizio e abisso?

C’è gente nella mia città, e nelle vostre, in qualunque meta estiva vi troviate, che fa piani e va al mare, e si dà appuntamento per cena. Da qualche parte, una donna si guarda allo specchio e riscontra che la sua abbronzatura sta migliorando. Bambini che giocano a palla sulla spiaggia spazientendo alcuni bagnanti. Ci sono castelli di sabbia, e giovani che ascoltano la musica connessa direttamente all’apparato uditivo.

Non voglio saperne né di abissi né di dirupi né di precipizi né di cadute libere.

Voglio la mia polo alla menta. E basta.

ORIGINALE: http://elpais.com/diario/2011/07/24/eps/1311488807_850215.html

Me lo dice la testa

Javier Marías

 

Durante alcuni giorni di qualche settimana fa, tutte le autorità della mia città, e parte di quelle del Paese, si sono travestiti da zerbini affinché passassero su di loro otto o dieci individui i cui nomi erano, sono e continueranno ad essere ignoti al genere umano e i cui unici meriti e poteri vengono loro conferiti dalla condizione di appartenenza al Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Presidenti e presidentesse, ministri, sindaci, segretari e vicesegretari, atleti, artisti e perfino il Re, se non mi sbaglio, hanno accantonato i loro impegni e si sono dedicati anima e corpo a far passeggiare e a riverire gli individui in questione, che venivano a far visita a Madrid per prendere in considerazione la sua candidatura come sede dei Giochi Olimpici del 2016.

Come mi ha riassunto un tassista in quei giorni: “Ormai ce li possono dare, perché li stanno trattando come divinità”.

Contemporaneamente, gli schermi televisivi si sono riempiti di pubblicità che non so bene cosa pubblicizzassero. In una, pacchiana e ipocrita come poche (e badate bene che c’è concorrenza nella pubblicità, in quanto a pacchianaggine e ipocrisia), una serena vecchietta esprimeva con voce afflitta il suo desiderio di vivere qualche anno in più per poter vedere ciò che non le era mai stato possibile vedere, lei che di cose ne aveva viste: le Olimpiadi nella sua città. In altre, numerosi volti di gente comune apparivano dicendo tutti la stessa cosa: “Me lo dice il cuore”. Si sottintendeva che ciò che i loro cuori gli sussurrassero era che Madrid questa volta sarebbe stata scelta. Sono anche state coinvolte molte persone di fama che facevano un gesto assurdo con la mano aperta, come se tentassero di parare un colpo. Infine, tutti queste pubblicità racchiudevano un motto in Spanglish, ideato senza dubbio da un cervello da gallina: “Hola everyone”.

E poi, al posto del cuore, a me la testa dice che è impossibile che a Madrid vengano concessi questi Giochi (tanto attesi, secondo i sondaggi, dal 90% della popolazione, anche se quasi nessuno sa dire perché diavolo li attenda), né nessun altro evento di facciata. Ciò che mi fa rimanere di stucco è che, di fatto, le autorità della capitale e della Comunità aspirino al niente, che si spenda quasi un milione di euro in pubblicità e che si adulino fino alla nausea i membri del CIO, tenendo la città come la tengono, e per giunta permanentemente. Sono ormai vent’anni che noi madrileni riceviamo questo messaggio dai nostri rappresentanti: “Andatevene. Ci date fastidio voi, ci disturbate nelle nostre opere e messe in scena. Questa città non è fatta per viverci, come voi pretendete, ma per fare affari aprendo e chiudendo le strade senza sosta, abbattendo alberi, ampliando marciapiedi che non sono mai stati affollati, costruendo parcheggi e stazioni inutili, compiacendo i costruttori e le imprese di opere pubbliche, distruggendo le poche zone decenti che restano, come il Paseo del Prado, alzando i terreni per sostituirli con sporco cemento, organizzando boiate che impediscono il transito, rintronandoci con i nostri macchinari, scavando tunnel. Cosa fate voi cercando di passeggiare, riposare, lavorare, dormire, vivere? Non è luogo per questo. Voi non contate niente. Andatevene una volta per tutte”.

E dunque, come potrà mai nessuno concedere nulla ad un posto sporco, caotico, perennemente sottosopra, chiassoso, incivile, invivibile? Qualunque visitatore rimane attonito e disorientato. Plaza Mayor trasformata in paesaggio bellico almeno fino al 2011, da qui a poco tempo toccherà la stessa sorte al Paseo del Prado e a Colón e Callao, tutto al centro e tutto contemporaneamente, senza bisogno, senza senso, senza miglioramento possibile. Madrid è la città del mondo in cui si fanno più lavori e si vedono meno risultati. Sembra governata da pazzi scatenati. Mi dispiace per il 90% dei miei concittadini, ma non ci possono essere Giochi Olimpici a Madrid. Non mentre la città continua ad essere un campo minato di fosse e barriere e frastuono e impalcature. Se tutte queste autorità volessero davvero le Olimpiadi, la prima cosa che farebbero sarebbe permettere di vivere qui. Vale a dire, passeggiare, respirare, lavorare, riposare, dormire. Lasciarci in pace. Ormai è una questione di sopravvivenza: o noi o loro. Che se ne vadano loro, per favore.

ORIGINALE: http://elpais.com/diario/2009/05/31/eps/1243751218_850215.html

La religione degli spiriti deboli

Javier Marías

Non sono superstizioso. Nessuna persona intelligente lo è. Poiché, oltre ad essere una persona molto intelligente, sono dotato di una forte personalità, di una gran cultura e di un’enorme carica sessuale (sebbene faccia il possibile per nasconderlo), non sono superstizioso. Troppe legioni di uomini onorevoli hanno eroicamente lottato con l’arma della ragione contro le tenebre dell’oscurantismo perché adesso arrivi io, senza arte né parte e perché ne ho voglia, ignorando le incredibili gesta dei titani, e inizi a fare il superstizioso. Non se ne parla: sarebbe crudele, sarebbe ignobile, sarebbe un atto di una vigliaccheria senza limiti. Inoltre ho letto Voltaire che nel suo Dizionario Filosofico dice che la superstizione mette il mondo intero in fiamme (mentre la filosofia le spegne), ed Edmund Burke che nelle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia assicura che la superstizione è la religione degli spiriti deboli, mentre ho smesso per sempre di leggere Goethe poiché nelle sue Massime e Riflessioni affermava che la superstizione è la poesia della vita.

Ritornaniamo a me: non sono superstizioso. Questo non significa, chiaramente, che non prenda le mie precauzioni: sono coraggioso, ma non imprudente. Di conseguenza, ogni mattina, prima di mettermi a scrivere, mi faccio il segno della croce quattro volte e recito cinque avemarie, sei padrenostri, sette credi e otto io confesso. Non fallisce mai. Sempre e a condizione che, è chiaro, successivamente imiti per cinque minuti filati Jake LaMotta. Tutti voi ricorderete l’inizio (credo sia l’inizio) di Toro Scatenato, quando Robert de Niro (ovvero Jake LaMotta), un pugile vecchio, grasso e finito, vestito con uno smoking, con un sigaro enorme in bocca e lanciando diretti a vuoto davanti ad uno specchio, ripete senza sosta una sola frase prima di salire sul ring della squallida bisca dove squallidamente si guadagna la vita: “Sono il più forte, il più forte, il più forte, il più forte, eccetera”.

È un esercizio lungo e complicato, ma quando arriva il momento di scrivere sono talmente esausto che le frasi escono da sole.

Prendo anche altre precauzioni. Ma per una volta non vi annoierò più con le mie cose; meglio se vi racconto una storia. La protagonista della storia è la mia amica Anna C., una donna bella, intelligente e separata, a cui la scorsa estate un’impresa coreana aveva proposto di presentarsi ad un colloquio per un ottimo posto di lavoro. La mia amica non ci ha pensato due volte: c’erano molti candidati per il posto, ma lei aveva superato tutte le prove ed era arrivata alla fine come unica candidata. La cosa era fatta: mancava solo un colloquio di prassi con il capo coreano dell’impresa a Madrid. Il giorno dell’intervista ha trovato in aeroporto le sue sorelle, che volevano farle una sorpresa accompagnandola nel suo viaggio del trionfo e dirle che era la più forte, la più forte, la più forte, la più forte, eccetera; mentre stava salendo sull’aereo una hostess le ha dato il giornale La Vanguardia e la mia amica, che non legge mai l’oroscopo, quel giorno lo ha letto: “Probabili tensioni con persone a voi vicine, sorelle o zie. Rimandate ad un altro giorno gli accordi. Evitate colloqui lavorativi importanti”. Non credete mai a quello che vi racconto, ma io dico sempre la verità: cercate La Vanguardia di martedì 7 agosto 2007. La mia amica è scoppiata in una risata che ha risuonato in tutto l’aereo; anche le sue sorelle hanno riso molto; l’intervista con il coreano è stata un successo: feeling a prima vista, hanno parlato molto più del previsto, si sono trovati d’accordo su tutto. Una settimana dopo la mia amica ha saputo che non aveva ottenuto il posto.

Dall’estate scorsa, leggo tutti gli oroscopi di tutti i giornali e le riviste per essere ben informato e agire di conseguenza: a volte, è vero, la cosa si complica un po’, soprattutto quando un oroscopo dice una cosa e un altro dice esattamente quella contraria, il che capita quasi tutti i giorni e provoca dei blocchi brutali che, a loro volta, provocano una voglia brutale di bersi un litro di olio di ricino per liberarsi dall’intasamento. Ma, poiché ho una personalità molto forte, non indietreggio e vado avanti per la mia strada, affrontando la superstizione con la forza della ragione, sebbene non lo faccia ogni volta senza prendere sempre più precauzioni, poiché ogni volta sono meno imprudente. E in quanto a voi, datemi retta, seguite il mio esempio per quanto vi sia possibile e pregate, imitate Jake LaMotta, leggete l’oroscopo, fate quello che volete, ma non siate deboli. E soprattutto: non smettete una sola domenica di leggere questa rubrica. Porta sfortuna.

Originale: http://elpais.com/diario/2008/06/01/eps/1212301608_850215.html

I Veleno

MARUJA TORRES

Ultimamente, persino il noto vignettista Roto ha dovuto fare i conti con una concorrenza spietata nel campo del pensiero grafico. Perché ci sono foto che non hanno neanche bisogno di un’idea messa dentro fumetto o di una nuvoletta. Prendete la foto dell’ex Presidente Bush Jr e le sue lattughe: veniva voglia di richiedere un habeas corpus per le sfortunate.

Anche se la foto davvero orripilante, commovente, è quella apparsa qualche tempo fa sull’edizione stampata de El País, che ci mostra sorridenti e uniti l’ex boss del KGB, il signor Putin, e l’ex capo dell’Inquisizione, il signor Sedicesimo. Potevate leggere le informazioni circa la volontà papale di indietreggiare perché tutto torni ad essere come prima e perfino più di prima, potevate condividere l’opinione dell’analisi azzeccata che Enric González –fior di uomo, fior di collega– sulle ragioni del potere terreno vaticano che il credo cristiano, non dico tanto quello laico, non capisce. Ma nel vedere la foto ti si gelava il retto (cammino).

Qui c’è la verità della vita, mi sono detta. Veleno. Questa immagine trasuda veleno. Dallo scontro tra civiltà uguali, quella del veleno – dell’oscurantismo russo, poi sovietico e poi di nuovo russo, appoggiato dall’oscurantismo vaticano, grande somministratore della morte Borgia; per non parlare del caffettino che hanno servito a Giovanni Paolo I – non c’è nient’altro che il veleno per l’umanità, al di là della formula chimica della sostanza: lecchino ben pensante, calcio a Jon Sobrino, interferenza imperdonabile nella cosa pubblica; questo, per quanto riguarda Bene-detto. Per ciò che concerne il lato russo e senza rifarci a Rasputin, il suo quasi omonimo signor Putin ha un bel po’ di macchie macabre nel suo ectoplasma: vi ricorderete della giornalista Anna Politkovskaya che prima che venisse uccisa con un solo colpo è stata avvelenata a causa del suo lavoro in Cecenia; pensate all’ex vicepresidente della Banca Centrale russa Andrei Kozlov, alla spia Alexander Lit-vinenko e ad altri post-zariste leggende urbane (da Urbano, papa, che aveva fomentato la prima Crociata; ma questa è un’altra storia).

In pratica, stiamo peggio di ieri ma meno peggio di domani. Andrà di moda girovagare con un assaggiatore di prelibatezze e bevande, il che mi sembra una raffinatezza se paragonato al destino delle lattughe.

Originale: http://elpais.com/diario/2007/03/15/ultima/1173913202_850215.html

Gare funebri

Di  Javier Marías

In un articolo breve e preciso di qualche settimana fa, si richiamava l’attenzione sulla stupida abitudine imperante di applaudire in tutte le occasioni, sia o meno l’ovazione meritata o appropriata o meno, e indicava due luoghi particolarmente impropri per questi applausi: il Parlamento e il cimitero e l’effetto negativo che causavano. Devo confessare che nel primo di questi luoghi ormai non mi sorprendono più. L’ultima volta che mi sono scandalizzato ad ascoltarli è stata nel 2003, e dopo questo evento nulla di ciò che accade in Parlamento può indignarmi. Beh, è vero che l’intera coalizione del Partito Popolare non è stata cacciata né bloccata, come si sarebbe dovuto fare, in quella votazione del 2003, quando è scoppiata in un’ovazione assordante verso se stessa per aver approvato, con la sua maggioranza di allora, che la Spagna fosse coinvolta in una guerra illegale, ingiusta e inutile. Ma neanche se si fosse trattato della guerra più utile, giusta e legale, per esempio quella del 1939 contro Hitler: una cosa del genere non può mai essere motivo di gioia, sorrisi, complimenti e applausi, ma al contrario di tristezza, lutto e silenzio. Il fracasso dei “popolari” di fronte alla previsione di un massacro mi è sembrato indecente e non lo dimenticherò mai, né lo perdonerò, nel mio io più nascosto, a nessuno dei deputati lì presenti.

Invece, per quanto riguarda sepolture, funerali e camere ardenti, non sono riuscito ad abituarmi, e questi applausi “stonano” nelle mie orecchie e mi provocano una grande vergogna. Perché, a dirla tutta, è evidente che non si sta applaudendo il morto, dato che ormai non sente né si rende conto; nemmeno i suoi familiari, che non sono in vena per le ovazioni e che inoltre, nel migliore dei casi, condividono solo indirettamente i meriti del defunto. Pertanto dobbiamo desumere che, quando i presenti battono le mani ad un funerale o ad una sepoltura, in realtà stiano applaudendo loro stessi, per il fatto di essere vivi, ed essere lì, e assistere, e soprattutto per “voler tanto bene al morto”. (L’altra unica interpretazione possibile sarebbe ancora più grave e di cattivo gusto, sebbene non si possa escludere a livello inconscio: si applaude la morte del morto, si festeggia il fatto che sia sparito dalla faccia della terra, che non proietti più la sua ombra sui vivi, che non sottolinei con il suo talento la mediocrità di tanti. È come se chi applaude esclamasse con sollievo dal suo interno: “Un talento in meno, ora ci sarà più spazio per noi”). Per di più, questo esibizionismo del dispiacere e dell’affetto sarebbe in linea con quello che da qualche tempo a questa parte sta accadendo in Spagna ogni volta che una persona celebre muore: leggendo le dichiarazioni dei sopravvissuti, o i loro articoli di lode (non si può chiamarli “necrologi”, genere molto più sobrio), si ha l’impressione che si sia dato inizio ad una gara di ammirazione e di affetto, e che la maggioranza lotti per dimostrare che è lui – o lei – che più ha sofferto e pianto l’obito, che è stato sul punto di farsi l’harakiri nel momento in cui l’ha saputo, e anche chi, sicuramente, è stato più a contatto e ha conosciuto meglio il defunto. E così, per vari giorni si succedono diverse lusinghe tanto superflue quanto vergognose, con le quali gli “addolorati” fanno a gara gli uni contro gli altri per vedere chi è più afflitto e la spara più grossa, chi brucia di più nel rogo.

Lo spettacolo risulta osceno. Se muore un bravo attore poco importante, bisogna sentirsi ripetere che di poco importante non aveva nulla, che era geniale, uno dei migliori della storia, includendo James Stewart e Charles Laughton. Se chi muore è uno che ha recitato in giusto pochi film eccellenti – sì, giusto pochi – c’è chi grida che era meglio di John Ford e Dreyer, non ricordo se insieme o separatamente, affinché sia ben chiaro che l’urlo rimane spezzato. Questa figura dell’«arrivista» è molto antica, ma in questi tempi sfacciati rinuncia a ogni finzione: il suo necrologio o la sua colonna consistono nel mettere in risalto a quanto il morto lo amasse e lo ammirasse, la strettissima relazione che hanno avuto e quanto fossero complici, tutto a maggior gloria di chi scrive e non del defunto. Perfino i sacerdoti, prevenuti nei confronti della vanità, cadono in questo: poco tempo fa ho visto un’autorità ecclesiastica, direttore di non so quale rivista, che ad una domanda su Giovanni Paolo II, è riuscito solo a dire: “Cosa posso dire di questo Papa ammirevole, se non che mi ha ordinato sacerdote quando ha visitato Valencia”, facendo intendere chiaramente che il maggior merito del suo lungo pontificato fosse stato ordinarlo. Mai un detto migliore: santo cielo.

Originale: http://elpais.com/diario/2010/12/19/eps/1292743624_850215.html

MORALE,MORALINAEMORALETTA

Di Maruja Torres

Ogni giorno, con maggior frequenza, la vita a bordo degli aerei, sospesa nella tremenda confusione internazionale, si sta trasformando in una parabola della nostra inerte esistenza sulla terra ferma, smossa e frazionata da pregiudizi che, stupidamente, crediamo estirpati. Ad esempio, per quanto riguarda il sesso.

Prendete il caso dell’hostess Lisa Robertson, licenziata un paio di settimane fa dalla compagnia aerea australiana Qantas dopo essere entrata in bagno insieme a Ralph Fiennes, durante un volo da Darwin (Australia) a Mumbai (India), lo scorso mese di gennaio. Ciò che l’ordine politico dei mezzi di comunicazione per lettori che se lo toccano con i guanti ha definito senza alcun tipo di coinvolgimento come avere un rapporto, mantenere relazioni sessuali, oppure un flirt –quando la parola che ti riempie la mente e la bocca dopo aver capito è Sesso, Sesso, Sesso: grande eccitazione–, ha suscitato una serie di reazioni a catena che non potevano che portare al licenziamento della Robertson dall’azienda a cui prestava i suoi servizi lavorativi. Immagine curiosa: prima (del diluvio), l’angelo cacciava dal Paradiso la prima coppia di esseri umani per essersi guardata con desiderio (il vero albero del bene e del male, della conoscenza); ora è il responsabile del personale, ispirato direttamente dal Peccato Originale (Eva, la Mela, il Serpente) che scaccia la peccatrice, mentre lui segretamente si mette nei panni di Fiennes, uscito dall’affaire sostenendo che era stato sedotto, gran pezzo di ipocrita del più selezionato ceppo di lord scaldagonne britannici.

Queste compagnie aeree che accettano solo donne giovani alte e magre, belle ma soprattutto lavoratrici instancabili, all’improvviso si indignano perché una di loro ha fornicato con lord Fiennes, l’uomo che è passato ingiustamente all’Olimpo delle Tardone perché sta vivendo con una cinquantenne attempata; poi scopriamo che non le era fedele –il che sono affari loro– e che, per di più, è un feticista di scarpe, il che mi induce a chiedermi come sia riuscito a leccarle i tacchi nell’angusto bagno, ma questa è un’altra storia. Bene, torniamo a noi, se non volete che hostess e hostessi e clienti flirtino nei WC, assumete cloni di ET, con e senza parrucca bionda.

Come conseguenza della sveltina stile Emmanuelle e Ricche e famose che presumo si siano fatti l’hostess e l’attore, la moralina ha iniziato a diffondersi all’interno della compagnia aerea come un’arma biochimica. I primi a denunciare Lisa sono stati i membri dell’equipaggio: stewartesse e stewart rosi dall’invidia per il fatto che la Robertson e Fiennes fossero entrati in intimità, non c’è dubbio. Invece di chiamarla dopo l’accaduto, chiederle “e lui com’è?” e invitarla a prendere un succo d’arancia del proprio carrello – questo, nel caso in cui avessero pensato che meritasse un castigo lieve –, hanno fatto la spia, espressione che fa parte del dizionario dei giorni nostri.

Tutti fanno la spia su chi beve, su chi mangia grassi saturi, su chi fuma, su chi fa sesso, su chi rimane in situazioni illegittime per ciò che concerne i piaceri della vita, su chi si autodistrugge perché preferisce farlo prima di essere fulminato dagli altri…gli spioni vegliano su di noi, che il cielo li giudichi e ci protegga.

Moralina anche tra coloro che scandalizzati hanno appreso la notizia (tramite SMS, per chi come me è iscritto ad un servizio). Tuttavia, per abitudine, ormai non ci scandalizziamo più di fronte allo stillicidio di donne assassinate da sostenitori della loro monogamia (quella femminile), che ci arrivano anche queste per SMS: bip-bip, ormai sono tante le vittime. L’indifferenza con cui oggi più che mai ci facciamo carico della doppia morale (in questo caso, quella di una compagnia aerea che, come tutte, le esige belle e le vuole gelide nonostante le vibrazioni dell’apparato) è un segno d’infermità mentale non meno importante del fatto di considerare perversa la promiscuità. Come se la castità e la monogamia obbligatorie non si contassero tra le grandi aberrazioni umane, soprattutto per coloro che si trovano in un’età in cui si ha il diritto di dare e di ricevere.

Originale: http://reggio.lacoctelera.net/post/2007/03/04/moral-moralina-y-moraleja-maruja-torres-el-pais-semanal

Il mondo del trolling

Di Elvira Lindo

Qualche giorno fa i cinesi si sono riversati nelle strade. Ovviamente non a Pechino, ma a Madrid. I cinesi si sono riversati nelle strade. La prima generazione arrivata in Spagna non era in grado di rivendicare i propri diritti, ma i suoi successori, istruiti in questo Paese che ormai è divenuto loro, dichiaravano, in perfetto spagnolo, di volersi far ampliare la licenza per la vendita di bevande alcoliche nei propri locali. Alla radio ho sentito un ospite ben informato, affermare che locali con tale licenza non dovrebbero trovarsi vicino alle scuole.

Mi è venuto da ridere. Adesso va a finire che sono i cinesi i responsabili dell’alcolismo infantile. Invece, i genitori, che lasciano vagabondare i loro piccoli cuccioli all’alba, sono vittime delle licenze e dell’immigrazione orientale.

A me, esattamente al contrario, è sembrato incoraggiante leggere che i cinesi si fossero riversati nelle strade. In mezzo a questo ambiente apocalittico che respiriamo ora che il 2011 sta per concludersi –che è stato peggiore del 2010 ma sarà migliore del 2012–, leggendo quotidianamente che i nostri giovani talentuosi ci lasciano e che perfino gli immigrati stanno preparando la valigia per tornare alla loro povertà iniziale, ammiro questo popolo millenario, laborioso e discreto, che fa sacrifici, eccetera, eccetera, che non conosce né ponti né feste di precetto e che di regola rimane neutrale di fronte di fronte al fermento del Paese di accoglienza, riversarsi nelle strade per reclamare un diritto in una terra che hanno reso loro. Non mi intrometto a considerare ciò che reclamano, dico che mi sembra un buon segnale il fatto di vedere le strade di Madrid piene di autentici cinesi.

Mi trovavo in questo stato d’insensato ottimismo quando, poiché leggevo la notizia su un giornale digitale, ho fatto scendere il cursore fino alla fine dove ho trovato i commenti dei lettori. Il mio ottimismo è crollato.

Ahi. C’erano lettori che scrivevano i loro commenti cambiando le erre con le elle. Che ridere. Altri che li mandavano a manifestare a Tienanmen. Olé Olé.

Bene. A questi commenti brillanti bisognava aggiungere quelli nei quali venivamo informati del fatto che i cinesi non muoiono mai, come Elvis. Di dieci commenti, sei trasudavano razzismo, ignoranza e una cosa che non è condannata dalla legge, ma che gela il sangue: cattiveria. Qualche giorno prima che i cinesi si riversassero nelle strade e io lo considerassi un segno di integrazione, stavo seguendo un dibattito su The New York Times riguardante l’anonimato in Rete.

Il dibattito sul Times è cominciato con un articolo che osservava come sarà impossibile sconfiggere i messaggi offensivi e diffamatori dai blog e dalla stampa in Rete finché non verrà richiesto al lettore di identificarsi, come si è sempre fatto nelle lettere rivolte al direttore. È facile dedurre che l’interesse per la sezione delle lettere sia relazionata al desiderio del lettore che qualcosa firmata con il proprio nome sia ben strutturata e brillante.

Alcuni di questi lettori, ben strutturati e brillanti, si sono dissociati da questo articolo, affermando che l’anonimato sia un’ancora di salvezza per coloro che soffocano nelle dittature o nei blog di ordine professionale in cui non si esprimerebbe mai ciò che si pensa se si fosse obbligati a firmare con il proprio nome. Ad ogni modo, tutto veniva discusso con tono cordiale ma anche, in alcuni casi, assolutamente catastrofico. Si dice che la presenza dei “troll” nelle nostre vite sia appena cominciata. Un troll è un bulletto, un troll è quell’internauta che entra nei forum per provocare, per scatenare un disastro, per diffamare.

Le sezioni dei giornali si sono riempite di troll, e la tolleranza che si ha di fronte a ciò che erroneamente si è definita “democrazia digitale” finisce per allontanare i lettori con un certo livello di intelligenza critica dai forum che accolgono coloro che insultano, che passano da un giornale all’altro infangando e dilapidando l’opinione pubblica.

Non so quando la Reale Accademia spagnola inserirà al suo interno il termine troll. Qui do la mia definizione: figlio di una buona donna venuto per rompere le scatole, ma a livello virtuale. Per quanto riguarda il mondo del trolling, non capisco molto bene perché i giornali abbiano deciso di trasformarsi nell’habitat ideale di questa razza farabutta. Gli pubblicano quotidianamente le notizie affinché, invece di leggerle, le riducano a brandelli.

E questo fa pena. E fa paura.

Originale: http://elpais.com/diario/2011/12/11/domingo/1323577832_850215.html

La grande frenesia spagnola di rovinare tutto

 

La Spagna non ha troppe cose che vadano bene, ma non c’è dubbio che gli spagnoli di oggi siano disposti a rovinare quelle poche che non vadano male. I principali responsabili, per il potere che hanno ed esercitano con iperattività criminale, sono i politici, seguiti dagli organismi, dalle associazioni e dai comitati ufficiali. A volte ci si domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina, vale a dire, se solo coloro che sono tonti, corrotti e sciocchi raggiungono qui posti di responsabilità, o se tutto il mondo, ottenendo un posto di responsabilità, si trasforma improvvisamente in un tonto, sciocco e corrotto (lo so, lo so, c’è sempre un’eccezione o due alla regola).

Una delle cose che andavano bene in questo Paese era che l’inno nazionale non avesse un testo. Il bello della musica è che non ha un significato esplicito e che, per così dire, permette a colui che ascolta –se si impegna, e non è tenuto a farlo– di darle l’interpretazione che preferisce. Questa è una delle ragioni per cui credo che la musica sia superiore alla letteratura e probabilmente a tutte le arti: non dice né spiega, a differenza della poesia e del romanzo, e non mostra né indica, a differenza della pittura e della scultura, e in questo senso è molto più imparziale e libera e meno “impositiva”. Il fatto che la Marcha Real, trasformata nell’inno nazionale spagnolo nel XVIII secolo, non dicesse nulla, mi è sempre sembrato qualcosa di cui essere felici. Il suo non dire dava una certa sobrietà a ciò che in principio è in contrasto con lei –l’esaltazione nazionale–, e ci risparmiava di sparare cavolate più o meno patriottiche, cosa che invece, per loro sfortuna, fanno i cittadini di quasi tutti gli altri Paesi.

Ma ora, nel modo più stupido e frivolo, corriamo il rischio che il nostro inno abbia un testo, e per di più che sia una schifezza. Il Comitato Olimpico spagnolo, senza dubbio composto da persone poco illuminate, ha provato invidia nei confronti degli sportivi e dei fan delle altre nazioni, che cantano come energumeni durante le gare internazionali. Senza pensarci due volte, ha commissionato la Società Generale degli Autori, composta da persone ancora meno illuminate, di convocare un concorso, al quale, da ciò che si è potuto vedere, sono state presentate circa sette mila poesiole idiote. Se mi permetto di definirle tutte in questo modo, è perché ho cognizione di causa: se le paroline vincitrici sono un’assoluta schifezza, pacchiane, fuori tempo, senza alcun valore letterario, volgari ed inutili, chissà come sarà il resto. In ogni caso, per il risultato non incolpo tanto l’autore quanto gli organizzatori dell’evento, e l’ignominiosa “giuria degli esperti” che se ne è uscita fuori con la schifezza. Non so come questi “esperti” non muoiano dalla vergogna, innanzitutto per prestarsi alla farsa, e poi per proporre tale vincitrice. Si sono superati.

Ho paura che, in quest’epoca di fretta e fatti consumati, la cosa diventi inarrestabile, sia nel caso in cui il Parlamento un giorno proclami il testo ufficiale o meno. Quando leggerete questo, l’onnipresente tenore Placido Domingo –strano che abbia accettato, lui, che sfugge da ogni protagonismo– avrà già cantato per la prima volta le strofe deleterie durante una partita di calcio, a meno che non si tiri indietro all’ultimo momento. E quindi, se i giocatori e parte del pubblico lo asseconderanno, non ci sarà nessuno che riuscirà a fermare l’abominevole folla stonata, che –santo cielo–, comincia con un “Viva España” secondo la più viva tradizione franchista. E a partire da lì, non pochi spagnoli moriranno dalla vergogna al posto loro ogni volta che verrà intonata –se così si può dire– la schifezza, quando finora avevamo potuto ascoltare la Marcha Real con serenità, senza sussulto né vergogna.

Si adduce che gli inni degli altri Paesi hanno un testo. Fatti loro. In tutti i casi, quelli britannici, francesi, tedeschi o italiani sono ormai antichi e quindi desueti e quindi innocui e quindi si cantano solo per inerzia o routine, ed è come se a forza di essere ripetuti abbiano perso il loro significato. E dunque, per il fatto di essersi ormai trasformati in una cantilena retorica e tramandata e ancor di più inoffensiva, nessuno accetterebbe di rompere la tradizione e che tali testi vengano alterati o eliminati. Ciò che né il Comitato Olimpico spagnolo, né la tremenda giuria, né Placido il timido hanno tenuto in considerazione è che la nostra tradizione consiste nel fatto che l’inno non abbia un testo, e che romperla è tanto inaccettabile come lo sarebbe privare gli inni menzionati dei loro rispettivi testi. Così, coloro che credono che un inno si debba poter cantare, non solo sono in errore (sono più di due secoli che non lo facciamo), ma mostrano inoltre una mancanza di rispetto assoluta per l’ormai veneranda Marcha che affermano di voler elevare ed omaggiare. Ma danno l’impressione di aver pensato: “Cosa ci resta in Spagna che non va male, per poterla rovinare?”.

Originale: http://elpais.com/diario/2008/01/27/eps/1201418817_850215.html

Avarizia, ignoranza e pigrizia.

 

Credo di averlo raccontato una volta: quando io e i miei fratelli eravamo adolescenti, eravamo soliti rispondere ai miei genitori con monosillabi o poco di più (riconosco che io avevo il primatoin questo campo), come d’altra parte è ed è stato il caso di quasi tutti i giovani durante quell’età ingrata. Non è che non volessimo solamente renderli partecipi delle nostre avventure (sapete come funziona: “Dove vai?” “Lì”. “Da dove vieni?” “Da lì”), ma ci stancava ed annoiava dare risposte articolate, così le riducevamo a “Va bene”, “D’accordo”, “Ok”, “Sì”, o addirittura a qualche borbottio. Ricordo che mia madre, di fronte a tanta pigrizia, ci rimproverava: “Per favore, non siate avari con la lingua. Ci manca solo questo. Non siate pigri con le parole; parlare bene non costa niente”. La poveretta aveva perso la battaglia in partenza, perché, in effetti, non solo i giovani a quell’età si trasformano in fannulloni, ma hanno l’impressione che i loro amici non guardino di buon occhio chi si esprime con proprietà di linguaggio, chi fa uso di un vocabolario accurato ed ampio e, sebbene ne siano in possesso, lo evitano con vergogna, intimoriti dalla possibilità di essere considerati saputelli o anormali. Durante l’adolescenza il timore del branco è enorme, c’è il terrore di essere respinti.

Di solito questa fase si concludeva nel giro di qualche anno. Oggi ormai non è più così, e questa è una dimostrazione in più dell’infantilismo involontario o premeditato del mondo. Ogni volta c’è sempre più gente adulta che si sente in imbarazzo dando prova di un buon dominio della lingua, a sfoggiare un lessico ricco, a comunicare con chiarezza e precisione, il che porta a pensare che sia irrilevante ciò che si dice, col pretesto del “tanto mi hanno capito”. Anche i primitivi, che non avevano un linguaggio verbale, si capivano nelle cose fondamentali. Tuttavia, lo sviluppo e il perfezionamento di questo e la sua progressiva eleganza, sono stati il maggior traguardo dell’umanità, nei confronti del quale gli esseri umani di oggi -per lo meno gli spagnoli- sembrano desiderosissimi di rinunciare. Fino al punto che qualche giorno fa ho letto in un romanzo: “Sono stato incapace di gesticolare parola”. Non so se si trattasse di uno scrittore al quale suonasse bene “-ticolare” come espressione e a cui piacesse talmente tanto quel verbo da sostituirlo ad “articolare”, oppure se fosse uno ormai convinto che, di questo passo, le parole verranno presto rimpiazzate dai gesti e dai segni, ritornando così alla notte dei tempi.

Una delle più chiare dimostrazioni del degrado della nostra lingua è l’attuale ignoranza -tra politici, cronisti, giornalisti, per i quali è sottintesa una certa formazione- dei verbi specifici per ogni cosa. Ci sarà un motivo, ma sono sempre più eliminati dalla lingua parlata dei contemporanei. Così come un gatto non abbaia e un cane non miagola, un elefante non gracida e una rana non barrisce, ci sono sostantivi che hanno bisogno di un verbo specifico. Oggi, “dare” o soprattutto “fare” si utilizzano per tutto. In spagnolo è impossibile “dare” un discorso, come non fanno altro che ripetere nei notiziari (in inglese sì, e probabilmente è proprio da lì che giunge la piaga, dalle migliaia di pessimi traduttori in circolazione), al massimo si pronuncia, o più colloquialmente, si inizia o si tronca.

Quando si è spezzata la voce a Bisbal durante un concerto, la giornalista ha detto che “è letteralmente crollata”, ma io non l’ho visto a terra. Ci sono ulteriori esempi; ho sentito addirittura “È letteralmente morto”. Cosa crederanno che significhi “letteralmente”? Sono lontani quei tempi in cui la gente si scandalizzava, come ci si può scandalizzare oggi se regnano l’avarizia, l’ignoranza e la pigrizia linguistiche che ci rimproverava nostra povera madre quando è stato il nostro turno essere ingrati? Oggi il mondo appartiene a questi, solo che sono adulti.

Originale: http://elpais.com/diario/2011/07/24/eps/1311488820_850215.html

Ogni venerdì la situazione peggiora

Di Javier Marías

Il PP non impara dai suoi errori del passato, oppure, ciò che in modo ancora peggiore non ha soluzione, è il fatto che sia incapace di imparare perché al suo interno ci sono sempre persone con pochi scrupoli e con un’intelligenza mediocre. Nel 2004 queste persone hanno creduto di aver perso le elezioni a causa degli attentati dell’11 marzo. Si sono rifiutati di accettare che non fosse stata colpa degli attentati stessi, ma delle bugie lampanti del Governo di Aznar riguardo ad essi. La sua testardaggine e la sua idiozia sono arrivate a tal punto (e badate bene che questa testardaggine era controproducente, e lo diventava sempre di più quanto più la sostenevano) che hanno inventato la cosiddetta teoria della cospirazione, insieme a non pochi giornalisti lunatici e mendaci, secondo la quale quegli attentati sarebbero stati organizzati da una losca rete composta da militanti dell’ETA, da qualche islamista a briglia sciolta, da poliziotti spagnoli, francesi e marocchini, da ministri e giudici, con Rubalcaba nei panni dello scaltro Fu Manchu o del Dottor No che dirige e maneggia le redini del mondo, dotato di una visione del futuro talmente straordinaria e contorta che meriterebbe di essere considerato un genio soprannaturale e un indovino portentoso.

Data la loro scarsa intelligenza, i dirigenti del PP (e anche di quelli del PSOE, che fatta qualche eccezione vanno di pari passo), non si sono accorti che la gente ne aveva subite tante e non ne poteva più del modo in cui aveva governato Aznar durante la sua seconda legislatura, quando aveva avuto la maggioranza assoluta: a colpi di decreto legge e di imposizioni, a forza di non consultarsi con nessuno, di disdegnare gli altri partiti e di conseguenza i cittadini che li avevano votati, di fare orecchie da mercante nei confronti del 90% della popolazione che si era opposta alla guerra in Iraq, con le terribili e prevedibili conseguenze che questa avrebbe avuto e che di fatto ha avuto e ha ancora…ora, con una maggioranza assoluta ancora più estesa, il PP e il suo Governo dichiarano che questo gli dà carta bianca, quando la carta bianca non esiste e non può esistere in una democrazia. Rajoy, con un’insolita disinvoltura, ha annunciato diverse volte “ogni venerdì, riforme; e anche il prossimo: senza sosta”.

Successivamente, con la più totale leggerezza, ha riconosciuto -da una parte- che il suo Governo sta prendendo delle decisioni che lui aveva detto che non avrebbe preso durante la campagna per le elezioni, e ha affermato -dall’altra- che si sente legittimato a prendere queste decisioni per l’appoggio che i votanti gli hanno dato alle urne lo scorso 20 novembre. Oppure, in altre parole: “Infrango tutte le mie promesse perché la gente mi ha dato la sua fiducia credendo che le avrei mantenute e affinché le mantenessi”. Non esiste idiozia più grande, assurdità più grande. La realtà è un’altra: Rajoy, non essendo stato un uomo di parola nell’arco di pochi mesi, ha già delegittimato le elezioni del 20 novembre.

Ma non c’è solo questo. I Governi, per quanto solida sia la maggioranza che possiedono, non sono mai lo Stato, ma coloro che lo hanno in prestito (non in proprietà) e lo rappresentano per un determinato periodo di tempo. E ci sono elementi dello Stato che non si possono cambiare legittimamente, ma forse legalmente. Probabilmente un Governo sarebbe capace di vendere all’estero il Museo del Prado, ma sarebbe inaccettabile se lo facesse. Allo stesso modo o in modo simile, non può affidare ai privati né può demolire ciò che l’insieme dei cittadini considera indispensabile: la sanità, l’istruzione e il trasporto pubblico, per esempio. Ogni individuo cede una parte della sua sovranità e dei suoi soldi a favore del tutto, a condizione che questo tutto, lo Stato, mi protegga e riconosca i miei diritti. Se un determinato Governo me li taglia e non mi protegge e me ne priva, e impoverisce, indebolisce o svuota di contenuto lo Stato, vuol dire che sta agendo al margine di questo e sta infrangendo il contratto o il patto sociale che ci unisce e ci vincola tutti. “Non c’è altra possibilità”, si difendono Rajoy e i suoi, e con questa semplice tesi -che non è neanche una tesi- contribuiscono ad aumentare i licenziamenti e la disoccupazione di un numero sempre maggiore di persone, lasciano i cosiddetti “dipendenti” senza aiuti, impoveriscono, rovinano e limitano l’istruzione, mandano a monte il consumo e condannano numerosi negozi a chiudere i battenti, e così fanno saltare in aria ciò per cui tutti siamo disposti a cedere parte della nostra sovranità e dei nostri soldi, a favore dell’insieme.

Ci sono cose che l’individuo da solo non si può procurare, ma può farlo facendo parte dello Stato. Se un Governo prende delle misure, un venerdì dopo l’altro, che compromettono l’idea di Stato così come l’abbiamo accettata o sottintesa; se applica una politica del “si salvi solo chi può, e chi non può avrebbe potuto guadagnare più soldi prima”, vuol dire che sta infrangendo il patto essenziale e sta delegittimando se stesso, per quanti voti falsi abbia ricevuto durante delle elezioni fasulle.

Originale: http://javiermariasblog.wordpress.com/2012/06/03/la-zona-fantasma-3-de-junio-de-2012-asi-que-cada-viernes-peor/

L’arte del bacio. Ma soprattutto, a che serve baciare?

di David Leonhardt

Ogni tanto dal barbiere scoppia una lite, si va sul ring, si affrontano le sfide e, con un po’ di fortuna, qualcuno ne esce fuori con giusto qualche punto di sutura. Il tutto per una discussione apparentemente innocua: qual è lo sport più bello sulla faccia della terra?

Alcuni dicono “il football”. Alcuni dicono “il baseball”. I canadesi dicono “l’hockey”. Il resto del mondo dice  “il calcio”. (In verità, dicono “football”, ma vogliono dire “calcio”.)

Io dico: “il bacio”. Sì, il bacio è lo sport più bello sulla faccia della terra. Lasciate che vi spieghi un po’ il perché la penso così.

Il bacio è lo sport più versatile in circolazione. Ci sono così tanti tipi di baci tra cui scegliere -almeno uno per quasi ogni occasione. C’è il bacetto veloce sulla guancia, quello su entrambe le guance, il bacetto sulla guancia a tuo nipote mentre gli afferri l’altra guancia cicciotta con l’altra mano, il bacio selvaggio e passionale, il bacio elegante sulla mano, il temuto bacio che si dà ai morti, il “Ehi tu! Baciami questo!”, e addirittura la città della Florida che si chiama Kissimme (indubbiamente fondata dai primi baciatori pionieri italiani).

L’Arte del Bacio è Semplice

Il bacio non dà problemi per il trasporto. Non importa dove ci si trova. Si può baciare: in palestra, nelle sale riunioni, in una navicella spaziale, persino in Alaska da giugno a settembre.

Il bacio non richiede chissà quale equipaggiamento. Ciò significa che si può praticare anche quando non si è preparati per l’occasione, e anche nel caso in cui si debba viaggiare leggeri. Questo lo rende lo sport ideale per gli uomini d’affari, per i viaggiatori del mondo e per i gruppi di turisti col marsupio.

Il bacio riesce sempre a ravvivare le cose. Provate a fare così: la prossima volta che vi trovate ad una riunione così-noioooooooosa che sembra durare per-seeeeeeeeeempre, perché non baciare qualcuno? Provateci, senza esitare. Vedete come ravviva le cose?

Il bacio è legale in tutti i 50 Stati e nella maggior parte dei Paesi di questo mondo. Gira voce che il bacio sarà presto legale anche su Marte, su Giove e in Afghanistan.

Il bacio è al 100% biodegradabile. Perciò, quando baciate qualcuno, state aiutando l’ambiente.

Il bacio è sicuro da praticare in un veicolo in movimento, l’importante è che ci non siate voi alla guida.

Il bacio non è tossico…a meno che non baciate qualcuno che si sia appena scolato una bottiglia di Viakal. Ma anche in questo caso, il bacio è ancora sicuro, sempre che non utilizziate la bocca.

Il bacio non ingrassa. Probabilmente questa è la notizia più bella, perché almeno ora coloro che sono a dieta avranno qualcosa con cui occuparsi la bocca quando non mangiano, e i fumatori invece potranno smettere di fumare senza doversi attaccare ai dolci fino a che 1)non saranno costretti a doversi mettere a dieta o 2)gli verrà il diabete).

Il bacio è un prodotto naturale, iposodico, senza conservanti, povero di grassi saturi e non contiene decine di ingredienti deliziosi che non si riescono neanche a pronunciare, come l’acido javelchromopntheroremicherbicidico.

La maggior parte dei baci non sono testati sugli animali, ma chi sono io per reprimere il vostro spirito d’avventura?

Si può baciare chiunque: il ragazzo, la zia, la moglie, il veterinario, il Primo Ministro del ducato di Grand Fenwick e il proprio oritteropo. Però, non provate a baciarli tutti insieme…soprattutto non il ragazzo e la moglie.

Il bacio rispetta le norme di sicurezza più rigide di qualsiasi organizzazione sportiva nazionale o internazionale. Il bacio ha un livello di sicurezza impressionante, fatta eccezione per quei casi occasionali in cui si incastrano gli apparecchi. Ma una chiamata rapida ad un camion da rimorchio AAA risolve il problema (CAA in Canada, AA nel Regno Unito, l’idraulico di fiducia in Francia).

Baci Estremi NON Raccomandati

Le uniche morti registrate a causa di un bacio si riferiscono a terzi incomodi, spesso mogli, mariti, amanti rifiutati e altri spettatori che in qualche modo superano il limite di sicurezza e si gettano sul campo di battaglia come quel signore ben vestito al Suprbowl.

NON raccomandiamo “baci estremi”. Per esempio, non baciare mai un camion della nettezza urbana perché è considerato pericoloso. Non baciare mai un paletto di recinzione quando la temperatura è sotto lo zero. I lettori del nord sanno esattamente cosa intendo. Non baciare mai una presa elettrica.

State facendo attenzione? Questa è importante. Non baciare mai l’aspirapolvere se ci si tiene ai propri organi vitali. Va bene baciare la carta vetrata, ma senza usare la lingua. Non baciare mai la motosega. Pensiamo che questa si spieghi da sola. E non baciare mai il proprio capo ufficio quando è a lavoro…a meno che non siate eremiti che lavorano da casa come me.

Ma soprattutto, il bacio è così bello che a confronto il baseball, l’hockey, il football e il calcio sembrano sport di serie B. La prossima volta che vedete una zuffa al barbiere locale, entrate e date ad ognuno un bacio. Vi garantisco che vincerete la battaglia a colpo sicuro. E se così non fosse, almeno vi sarete fatti qualche amico con cui litigare.

ORIGINALE: http://www.thehappyguy.com/art-of-kissing.html

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