Tratto da Robinson Crusoe” (1719) di Daniel Defoe (1660-1731)

1)      CAPITOLO 1 –  Nacqui nell’anno 1632 nella città di York, da una buona famiglia che tuttavia non era di quelle parti, essendo mio padre uno straniero di Brema, che in un primo tempo si era stabilito ad Hull. Il commercio gli permise di accumulare un buon patrimonio, e dopo aver abbandonato la propria attività, successivamente andò a vivere a York, dove sposò mia madre, i cui parenti si chiamavano Robinson. Era una buona/rispettabile famiglia in quella zona, e dalla quale fui chiamato Robinson Kreutznaer; ma, per l’abitudine degli inglesi di storpiare le parole, ora veniamo chiamati, anzi ci chiamiamo e firmiamo, Crusoe; ed è così che mi hanno sempre chiamato i miei compagni.

Avevo due fratelli più grandi, uno dei quali era tenente colonnello di un regimento di fanteria inglese nelle Fiandre, a suo tempo comandato dal famoso Colonnello Lockhart, ucciso durante la battaglia vicino Dunkirk contro gli spagnoli. Cosa ne sia stato del mio secondo fratello non l’ho mai saputo, non più di quanto i miei seppero di me.

Poiché ero il terzogenito della famiglia e non ero stato indirizzato verso alcun tipo di mestiere, la mia mente cominciò ben presto a fantasticare. Mio padre, che era molto anziano, mi aveva dato una discreta dose di istruzione, per quanto un’istruzione familiare e una modesta scuola consentissero, e intendeva indirizzarmi verso la carriera legale; ma mi sarei sentito soddisfatto solo viaggiando per mare; e la mia propensione a ciò mi portò così fortemente contro la volontà, o meglio, contro gli ordini di mio padre, e contro tutte le suppliche e le persuasioni di mia madre ed altri amici, che sembrava esserci qualcosa di fatale in quella propensione naturale, che tendeva direttamente alla vita di infelicità che stava per capitarmi.

Mio padre, un uomo saggio e austero, mi diede dei seri ed eccellenti consigli contro quello che prevedeva fosse il mio proposito. Una mattina mi convocò in camera sua, nella quale era confinato a causa della gotta, e mi espresse con molta veemenza la sua disapprovazione sull’argomento. Mi chiese quali ragioni, oltre a una mera inclinazione a viaggiare, avessi per lasciare la casa di mio padre e il mio paese nativo, nel quale avrei potuto essere ben inserito e avrei avuto la possibilità di accrescere il mio patrimonio con applicazione e operosità, che mi avrebbero a loro volta permesso di vivere una vita di benessere e di piaceri. Mi disse che portarsi in alto con sforzo, e acquisire fama con iniziative fuori dal comune, era da uomini dalle sorti disperate da una parte, o da uomini ambiziosi, che andavano all’estero all’insegna di avventure dall’altra; che queste cose erano troppo al di sopra o troppo al di sotto per me, che la mia era una condizione intermedia, o quello che poteva essere definito il livello più alto dello stato più basso, che aveva considerato grazie ad una lunga esperienza, essere la migliore condizione al mondo, la più adatta alla felicità umana, non esposta alle infelicità e agli stenti, alle fatiche e alle sofferenze di quella parte di umanità che svolge lavori manuali, e non gravata dall’orgoglio, dal lusso , dall’ambizione e dall’invidia dello stato più alto dell’umanità. Mi disse che avrei potuto giudicare la felicità di questo stato da una cosa, vale a dire che questo era lo stato di vita che tutti invidiavano; che spesso i sovrani si lamentavano delle tristi conseguenze derivanti dall’essere nati per grandi gesta e desidererebbero trovarsi a metà tra i due estremi, tra il misero e il magnifico; che l’uomo saggio dava testimonianza di questo, come il giusto traguardo di felicità, quando pregava di non ricevere né povertà né ricchezze.

Mi invitò ad osservare, che le disgrazie sono sempre ripartite tra gli strati più alti e quelli più bassi della società, e che al contrario, lo stato intermedio aveva meno disastri e non era esposto a continue vicissitudini come accade quando si fa parte della più alta o della più bassa condizione; né d’altra parte, erano soggetti alle numerose indisposizioni e disagi, sia mentali che fisici, come coloro che, a causa dei lussi, di una vita piena di vizi e stravaganze da una parte, e di duro lavoro, mancanza delle cose di prima necessità, per povertà e scarsa alimentazione dall’altra, perdono la propria salute come naturale conseguenza del loro modo di vivere; che lo stato intermedio riservava ogni tipo di virtù e ogni tipo di piacere; che la pace e l’abbondanza/pienezza erano le ancelle/compagne della fortuna media; che la temperanza, la moderazione, la tranquillità, la salute, la vita sociale, tutti gli svaghi e i piaceri desiderabili, erano i doni celesti che accompagnavano la condizione media della vita; che in questo modo gli uomini vivono la loro vita senza alcuna difficoltà, senza il peso degli sforzi manuali o mentali, non costretti a piegarsi ad una vita di schiavitù per guadagnarsi il pane quotidiano, non tormentati da circostanze incerte, che sottraggono la pace all’anima e il riposo al corpo; non tormentati dall’invidia o dal fuoco segreto dell’ambizione per le grandi cose; ma, in condizioni di agiatezza, conducono una vita tranquilla, assaporandone sensibilmente i dolci piaceri e non la parte amara; sentendosi felici ed imparando dall’esperienza di tutti i giorni per poterle apprezzare maggiormente.

Originale: http://www.readprint.com/chapter-2314/Robinson-Crusoe-Daniel-Defoe

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NO POLLUTING ALLOWED

Environmental protection plays a fundamental role within the EU / is of the utmost importance.

The action programme “Environment 2010: our future, our choice” covering the period 2001-2010, firmly believes that an appropriate environmental legislation could promote the progress both in the business field and in an ever-evolving economic system, in which an environmental policy is crucial for its integration.

It is also fundamental the commitment to counteract climate change and global warming, the protection of nature, the direct connection between environmental and human health-related issues/closely related to public health, the right management of natural resources and waste.

Each of these points aims at being achieved/fulfilled/carried out/put into practice through the application of the already existing legislation, considering its impact on all the EU policies (agriculture, energy development, fishing, industry, national/internal/domestic market and transportation) by taking all the environmental impact into account in all the relevant EU policies.

It is necessary to directly involve both companies and consumers in the search for appropriate solutions to the problems/should be involved in identifying solutions, enabling/giving the people the chance to have access to information regarding environmental safeguard and making them aware of the importance of the correct use of the using land wisely to make environmental-friendly choices/in order to preserve natural habitats and minimize urban pollution. During the last 30 years new regulations and five different action programmes have been implemented and the EU has established a comprehensive system of/ environmental safeguard system concerning various issues as/it deals with: noise pollution, recycling and waste disposal, conservation of natural habitats, motor vehicle (exhaust) emissions, polluting chemicals, industrial/labour/work accidents in the workplace/work-related/occupational, bathing waters.

Furthermore, the creation of a European information network about emergencies and intervention in case of catastrophes such as oil slicks/oil spills and forest fires/bushfires, has been/is planned/foreseen…provides for the creation.

Recently/lately, the action programme “Environment 2004-2010”, has highlighted the impact of pollution on health, relating the environmental policies to those for human health and research……which links….to

The legislation/regulation which is, more or less/broadly speaking equivalent within the EU Member States, ensures a generally/almost/roughly the same level of protection homogeneous protection, with a certain flexibility which takes into account all the different local realities. What is more, the whole legislation is continuously updated to meet all the needs/to tackle new issues as they arise; for example, at the moment the law in force on chemicals, which took time to be fully carried out, is being revised. It is to be replaced with the introduction of the REACH system which aim is to equally record, evaluate and authorize chemicals throughout the EU. All this is possible thanks to the creation of a centralized data base, managed by the European Chemicals Agency in Helsinki. The aim of this commitment is to prevent the chemical pollution of air, water, soils and buildings improving the protection of human health and safety, while maintaining/disregarding  the European industry competitive.

The entire environmental policy is based on the “polluter pays principle”, in order to foster the respect for higher standards or help the institution of the waste collection and recycling system. This contribution could also be a/in the form of a tax applicable to companies and consumers that use environmental unfriendly products (such as some kind of packaging). Within the Kyoto Protocol, which is the global strategy aimed at fighting against climate change, the EU has introduced the world’s first international emissions trading scheme, the first in the history of environmental policies. Governments assign certain carbon dioxide allowances/shares (the primarily responsible for the greenhouse/up to a certain limit) to each EU company. Those companies that use up to/do not completely manage to consume their carbon credits/permits authorised to sell the surplus/can be sold . Contrarily, those which exceed the limits established and do not acquire trade-off to allowances, are subjected to heavy/hefty fines.

Although/Despite all the obligations deriving from the Kyoto Protocol run only to/will last until 2012, the Commission has already given the go-ahead to the consultation on post 2012 climate change policies/ a long lasting programme to reduce climate change (beyond 2012). When environmental threats are potential rather than proven, the EC applies what is known as the precautionary principle, i.e. protective measures have to be proposed and applied even if there is no real danger.

Recent Action Programme has reflected a change in policy: in the past, mere controls in the use of specific substances or products were made, nowadays the use of safer alternatives, thinking about what will happen when a product reaches the end of its useful life is being encouraged. Car design, for example, must now take into account how the component parts will be recycled and disposed of when the car is out of use.

Citizens play a leading role in the EU environmental policies. They are given a grater chance of having information thanks to the various organizations which can rely on the EU network system funded by the Commission. The eco-label scheme helps citizens make safer purchasing choices in a wide range of goods and services proposed. Finally, what it is worth mentioning is the eco-management and audit scheme known as EMAS. The aim of this scheme/system to which all those services businesses and firms that want to show their compliance with environmental legislations addresses, is to constantly improve  the services of the organizations of each sector by involving all the Member States (the direct members of EMAS system) in order to introduce and apply the environmental management system within various businesses as well as to evaluate these systems thanks to the control of independent experts.

The EEA (based in Copenhagen), founded in May 1990, it has been active since 1994 and its task is to collect precise and reliable data on the situation and the evolution of all the environmental issues at European level. The agency is responsible for the provision of data to the persons in charge of the taken up decisions on the subject; for the promotion of practices and more appropriate technologies within the sector, as well as for the support of the European Commission in the spread/popularization of the research carried out.

As far as the financial aspect is concerned, it is worth mentioning to the LIFE programme. Not only is this programme mainly funded by the EU, but also by all those non-EU countries that maintain particularly strong ties with Europe. The funds collected are then invested for the environment both in the EU countries and in the so-called “third” countries such as Romania, Turkey and the Balkans (EU accession countries), as well as in countries bordering the Baltic and the Mediterranean. The LIFE programme unfolds in/through various stages. The first two have already concluded: the first one, from 1992 to 1995, got a 400 million euros fund, while the second (from 1996 to 1999) got 450 million euros. The third stage which is still in progress, with an initial 640 million euros fund, has been extended from 2004 to December 2006, getting an additional benefit of 317 million euros. In order to get funds from Life programme, projects must:

  • Be in line with the expected objectives;
  • Pertain to/concern Community interest;
  • Be presented by reliable participants;
  • Be achievable in all aspects (financial, technical, practical).

MEDA is another programme providing financial aid to the countries in the southern Mediterranean (Northern Africa, islands, the Middle East) in order to ensure political, economic and social assistance.

Original: http://www.sicurauto.it/news/il-futuro-dellambiente-nellunione-europea.html

Environmental liability – directive

One of the main objectives of the 1st EC legislation is the application of “the polluter pays” principle. This directive establishes a common framework for liability with a view to preventing and remedying damage to flora and fauna, to the natural habitats to water resources, as well as damage affecting the land. The liability scheme applies to certain specified occupational activities and to others in cases where the operator is at fault or negligent. The public authorities are also responsible for ensuring that operators responsible adopt or found the necessary preventive and remedial measures.

ACT

Directive 2004/35/EC of the European Parliament and of the Council of 21 April 2004, on environmental liability with regard to the prevention and remedying of environmental damage [See amending acts].

 

SUMMARY

The directive establishes a framework for environmental liability based on “the polluter pays” principle, with a view to preventing and remedying environmental damage.

Application scope and liability regime

 

  • Under the terms of the directive, environmental damage is defined as:
  • Direct or indirect damage to the aquatic environment covered by Community water management legislation;
  • Direct or indirect damage to species and natural habitats protected at Community level by the 1979 “Wild Birds” directive and by the 1992 “Habitats” directive;
  • Direct or indirect land contamination which creates a high/considerable/significant risk to/for human health.

The principle of liability applies to environmental damage and imminent threat of damage resulting from occupational activities, where it is possible to establish a causal link between the damage and the activity in question.

The directive distinguishes two complementary situations each one governed by a different liability scheme: occupational activities specifically mentioned in the directive and other occupational activities.

The first liability scheme applies to dangerous or potentially dangerous occupational activities listed in Annex III of the directive. These are mainly agricultural or industrial activities requiring a licence under the directive on integrated pollution prevention and control, activities which  discharge heavy metals into water or the air, installations producing dangerous chemical substances, waste management activity (particularly landfills and incinerators) as well as activities concerning GMO’s (genetically modified organisms and micro-organisms). According to this scheme, the operator may be considered responsible even if he is not at fault.

The second liability scheme applies to occupational activities other than those listed in Annex III of the directive, but only when a damage or imminent threat of damage is caused to species and natural  habitats protected by Community legislation. In this case, the operator will be liable/responsible only he is at fault or negligent.

The directive provides for a series of cases of exclusion from environmental liability. The liability scheme does not apply, for example, in case of damage or imminent threat of damage resulting from armed conflict, natural catastrophe or activities included in the treaty which establishes the European Atomic Energy Community, national defence or international security activities, as well as activities included in some international conventions listed in Annex IV.

Preventing and remedying damage

Where there is an imminent threat of environmental damage, the competent authority designed by each MemberState calls for the operator (potential polluter) to take the necessary/appropriate preventive measures or will be the authority itself to take such measures and successively recover the incurred expenses.

Where environmental damage has occurred, the competent authority will call for the operator concerned to take the necessary/appropriate remedying measures (determined on the basis of the rules and principles listed in Annex II of the directive), or will be himself to take such measures and successively recover the incurred expenses. Where a considerable number of environmental damage have occurred, the competent authority may determine the order of priority according their compensation.

Environmental damage may have different forms of remedial depending on the type of damage:

  • for damage affecting the land, the Directive requires that the land concerned be decontaminated until removing any serious risk of negative impact on human health;
  • in terms of the effectiveness of environmental damage remedial, on the availability at reasonable costs and on the terms of insurances and other forms of financial security which regulate the activities included in Annex III.

 

Background

Where the environmental damage occurs, the “polluter pays” principle is already present in the Treaty which established the European Community. As it prevents from all forms of violation of environmental regulations, this principle contributes to the achievement of objectives and the application of Community policy in this area.

The White Paper on environmental liability, published in February 2000, studied how to apply “the polluter pays” principle with a view to implementing Community environmental policy. At the end of this analysis the conclusion was that a Directive would be the best way to establish a Community environmental liability scheme. This directive is the result of discussions held after the White Paper, when a public consultation was carried out.

Original: http://europa.eu/legislation_summaries/enterprise/interaction_with_other_policies/l28120_it.htm

Vuelos de alto riesgo

Moscú-Yakutsk, vuelo Aeroflot

Los que afirman que la soviética Aeroflot es una compañía aérea antidiluviana no se ha enterado de nada. La verdad es otra: volar con  Aeroflot signifíca empezar la adventura ya desde el momento de la facturación, y no a la llegada, como en cambio pasa con las Swissair y las Lufthansa de este mundo. Volar con Aeroflot signifíca estudiar la URSS por los aires, tan interesante como la URSS a tierra. La compañía soviética debería cobrar un suplemento por esto, y no avergonzarse de las azafatas gorditas, la moqueta deshilachada, en las que siempre parece que un grupo de kirguizes haya acabado de dar una bacanal.

Tomamos este vuelo hasta Yakutsk, capital de la inmensa República de Yakutia, tierra de diamantes en la Siberia nororiental. Siete horas de vuelo y seis husos horarios desde Moscú. Para el viajero acostumbrado a la banalidad de los aeropuertos de Zúrich y Fráncfort, ya sólo el aeropuerto moscovita de Domodédovo -que cubre el Extremo Oriente y el Asia Central- merece un viaje. Buriatos, turkmenos, uzbekos y kazajos están por todos lados y arrastran hijos y mercancías. Los mostradores de la facturación son un espejismo lejano; los horarios de salida son sólo una opinión. Parece imposible que a las 19:45 un viejo Tupolev deje este jaleo para dirigirse hasta las Estepas Siberianas. Sin embargo, tarde o temprano es destino que se pase el milagro.

Hemos llegado a los piés de la escalerilla arrastrando las maletas por la pista, lo que nos ha puesto de buen humor por dos razones: antes de nada porqué no las hemos entregado en la facturación, donde probablemente de una nueva Samsonite no habrían quedado más  que las ruedas, y segundo porqué estamos en verano y la operación sólo cuesta un poco de sudor. Algunas fotos muestran los pasajeros que hacen lo mismo en Enero, y su aspecto es verdaderamente espeluznante.

Nada más subir al avión queda inmediatamente claro que la Aeroflot tiene un estilo que las compañías occidentales ni por asomo se pueden imaginar. Antes de nada, en la cabina de los pasajeros se insufla oxígeno que forma una niebla densa, a través de la que movemos como almas en espera de subir en la barca de Caronte. Algunos tienen el asiento reservado, otros no. Los dos grupos chocan vortiginosamente, gritan pozhalujsta (¡por favor!) e izvinite (¡perdone!). Las azafatas, gorditas y con unos cuantos años, observan sin sonreir y dando muestras de que las están molestando. Si tenían que ir a Siberia, está claro, preferirían hacerlo solas.

Mientras el avión avanza por la pista, la situacción parece normalizarse. Los pasajeros, acurrucados en los asientos en la única clase miran con envidia las tres primeras filas de asientos que han quedado libres. Alguien pide explicaciones y le contestan que tienen que estar libres por razones de zentrovka (equilibrio del avión), y no por eventuales nomenklaturistas de última hora. Los miembros de un complejo rock moscovita dirigidos a Yakutsk no se lo pueden creer: se lanzan al abordaje y ocupan los asientos. La jefa de azafatas no se descompone. Tienen treinta segundos para levantarse, declara con voz calma, si no les tiro del avión. Como ya hemos despegado, los músicos rock piensan que es mejor retroceder.

Después de algunas horas, mientras sobrevolamos el río Ob, llegan los primeros aromas de la comida. Falsa alarma: la comida existe, pero es para los pilotos. Otros aromas llegan poco antes del gigantesco río Yenisei: ahora son las azafatas, que no se les vee el pelo desde hace tiempo, que comen y se ríen escondidas detrás de una cortina. Llega la comida sólo cuando los pasajeros empiezan a adormetarse y se han resignado al ayunar: un pálido muslo de pollo (“Pollos de la granja Aeroflot”, murmura alguien), con agua y limón. Pedir por una cerveza es posible; obtenerla, por supuesto que no.

En las horas siguientes, mientras el avión atraviesa la “noche blanca” soviética, las azafatas piensan que es mejor no molestar a los pasajeros y permanecen en sus misteriosos refugios. Cuando pido cuál es la ruta, el piloto, amablemente, me manda un mapa escolar pegado con papel celo, donde el viaje està trazado con un rotulador. Algunos atrevidos pasan su tiempo examinando las grietas entre la moqueta y el fuselaje, donde durante los años se han acumulado interesantes presencias botánicas.

La llegada es una fiesta. No solamente porqué se anuncia próxima, sino porqué la madrugada siberiana es luminosa y espléndida, y el avión sobrevuela el río Lena color plomizo, la taiga verde esmeralda y las casas blancas. La jefa de azafatas, satisfecha de la conducta de los pasajeros, cede a una sonrisa.  Aunque no se lo han merecido, dicen sus ojos metálicos, les hemos traído hasta aquí.

Después de haber atravesado seis husos horarios, cuatro grandes ríos y seismil quilómetros de Siberia, el viejo Tupolev aterriza en Yakutsk.

Pequín-Catón, vuelo XO 9113

Tomar un avión en la nueva China social-capitalista es una cuestión de resistencia, de confianza y sobretodo de imaginación. Por ejemplo, no es facil entender porqué volamos desde Pequín, que está en el norte, hasta Cantón, que está en el sur, con las lineas aéreas del Sinkiang, que además de tener un nombre preocupante se encuentra en el extremo oeste del país. Es aún más difícil explicar porqué en los aviones de la compañía Sinkian Airlines el nombre Aeroflot está escrito en cirílico, la tripulación es rusa y vende muñecas rusas a los pasajeros.

Pero es mejor ir con orden, aunque la pabra “orden” no es la más apropiada a esta circunstancia. En China la euforia del vuelo empieza mucho más antes del despegue. Enseguida, en efecto, hay que enfrentarse con tres obstáculos. Primero, no existen reservas: para un asiento es necesario comprar el billete. Segundo, no se puede comprar un billete de ida y vuelta: la vuelta (si vas a volver) se la compra a la llegada. Tercero, es imposible establecer una ruta: si al ir desde Pequín hasta Cantón quieren pararse un día en Suzhou, se corre el peligro de pasar ahí una semana.

La compra del billete, -cuando ocurre- es el inicio de una sutil guerra psicológica entre la aviación civil china y el pasajero extranjero. Antes de nada, en el seguro obligatorio, al punto 13, hay la expresión “huesos rotos echos pedazitos”. En segundo lugar, la compañía aérea de bandera Caac (Civil Aviation Administration of China) -rebautizada por algún malpensado China Airways Almost Crashes (las lineas aéreas chinas por poco no se estrellan)-  no ofrece, en ningún caso, la seguridad de sus vuelos. Además de los accidentes -tres en los últimos meses- hay leyendas, como la de los pasajeros obligados a desembarcar bajando por una escalerilla de cuerda y otra, contada por un irresponsable manual de viaje: el piloto y el copiloto intentan cerrar la puerta corredera que los separa de la cabina de pasajeros. No lo logran desde dentro y lo intentan desde fuera. La puerta se cierra inmendiatamente y se atasca. Los dos quedan afuera pero no se desaniman: toman un hacha y, frente a los pasajeros atónitos, se abren una vía hacia la cabina.

Con el billete en la mano y estas adventuras en mi cabeza, espero confiado el vuelo XO 9113 delante la puerta de embarque número 20. Al anunciar el embarque, los pasajeros chinos se lanzan a su deporte preferido: entrar todos juntos, abriendose paso a codazos y empujando como poseídos por el demonio (se entrenan cada día en los autobuses y en los aeropuertos se presentan de forma brillante). Sigue otro anuncio: la horda se gira con un alarido, parte hacia la puerta de embarque número 19 y vuelve a pegarse (el anuncio està en chino: quien juega en casa se merece una ventaja).

Una vez en el avión, todo se tranquiliza. Nadie parece mínimamente maravillado de estar en China, en un avión ex soviético, con una tripulación rusa y uzbeka, un billete en el bolsillo de la compañía Xinjiang Airlines, la cajita de la comida de Air China y una comunicación de la China Southern Airlines. La tripulación conserva una digna reserva, evitando también de señalar las salidas de emergencia y quizás pensando que dar explicaciones en ruso a trescientos chinos y a un italiano sea una pérdida de tiempo.

Durante el vuelo, los chinos se agitan en los asientos, se encojen, se desperezan, se llaman unos a otros a cinco filas de distancia y hacen algunas cosas muy raras, como intentar de pasar al asiento de delante sin desabrocharse el cinturón de seguridad. Nada más aterrizar, ninguna fuerza humana puede sujetarlos: mientras el túpolev se dirige hacia la terminal ellos se levantan de un salto, caen, abren los armarios tirondose encima todo lo que hay dentro, salen pitando hacia los autobuses, se lanzan al galope por los pasillos y por último se paran creando un muro alrededor de la cinta de los equipajes, comentando la forma de todas las maletas que van saliendo. Aunque Napoleón Bonaparte nunca había subido a un avión por estos lugares, lo había entendido todo y había dicho: “China es un gigante que duerme”. “Dejémoslo que duerma, porque cuando despierte conmocionará al mundo entero”.

Original: http://books.google.it/books?id=p727ZWFCh38C&pg=PT123&lpg=PT123&dq=chi+sostiene+che+la+sovietica+aeroflot+sia+una+compagnia+aerea+antidiluviana&source=bl&ots=9t_CUrk0Yy&sig=YA1kb6OGpcyv9Y4y6CvIWgvbO7E&hl=en&sa=X&ei=O-RaUPfRDorFswbk84DADw&redir_esc=y#v=onepage&q=chi%20sostiene%20che%20la%20sovietica%20aeroflot%20sia%20una%20compagnia%20aerea%20antidiluviana&f=false

La heroina del terror

Tengo un deseo profundo. Poder ver, por lo menos una vez en mi vida, una película de terror en la que la heroína no sea una imbécil. No digo una película de terror donde la protagonista sea una Premio Nobel, me conformo con una en la que esta no razone como una ameba. En una película clásica el monstruo asesino comienza a perseguir a la desdichada después de algunas primeras escenas. Y nosotros, sin ser estudiantes de Antropología Criminal, lo identificamos ya desde el primer fotograma. En cambio ella, la zopenca, no se da cuenta.

Y pensar que no es muy difícil. ¡Qué casualidad! El maníaco tiene tres manos, dos cejas espesas como matas del Retiro, dos colomillos exagerados y casi siempre ensangrentados, tiene amigos licántropos y se desmaya cada vez que oye pronunciar el nombre de María. La protagonista, es obvio, se llama María. ¡Pa’ qué te voy a contar más!.

Ha pasado media hora y la mema, ignorando en que lío está metiendose, recibe en su casa con fervor y con los brazos abiertos al psicópata “Quédate para la cena que estoy haciendo unas lentejas…” “¿Por qué no vienes a las bodas de diamante de mi tía abuela?” “Anda, lleva a mi hija de seis años a la catequesis”. Mientras tanto los indicios aterradores  van multiplicándose: al pasar el maníaco el cactus pierde las espinas, el gato persa empieza a ladrar, el reloj de péndulo se para y las alfombras vuelan. A los noventa minutos descubren a la asistenta del hogar estrangulada y con las bragas a jirones. La desventurada, al exhalar el último estertor, ha pronunciado una sílaba: ERN. Fíjense que el maníaco se llama Ernesto. No hay nada que hacer. Todo el mundo cree que la víctima se ha muerto por un ataque de hernia. La única que ha captado la ilusión y que posee por lo menos una miaja de cerebro es Priscila, la prima por parte de madre, que por desgracia es muda.

Al mismo tiempo la heroína, en lugar de liberar sus neuronas de las telarañas, se muda a un chalé aislado en el bosque, con las paredes de cristal y las puertas sin cerradura. Mientras tanto el maníaco no pierde tiempo. Está muy ocupado ahorcando al cócker del columpio, cocinando los canarios con las gachas y colgando a la suegra del pararrayos. Llegados a este punto la protagonista tiene una ligera corazonada. Algo no cuadra. ¿Y a quién le confiesa sus sospechas? Al asesino por supuesto. ¿Y qué lugar elige? Suele ser el borde del precipicio, el último piso de un rascacielos sin barandilla o la orilla de un río infestado de pirañas. Lo fundamental es que por algún sitio haya, por lo menos, un hacha. Si no, no vale la pena.

Original: http://arkadian.myblog.it/archive/2007/10/06/l-eroina-dell-orrore.html

Varones distraìdos, varones pijoteros

Según un reciente estudio sociológico llevado a cabo por mí misma sobre una muestra estrictamente personal resulta que la especie humana de género masculino se puede verosímilmente subdividir en dos grandes grupos: los varones distraídos y los varones pijoteros. ¿Cuál es el mejor? Es difícil decirlo.

Empecemos por los primeros: los descuidados, los despistados, los clones de Mister Bean. No necesitarían tanto una novia cuanto una profesora de apoyo. La principal actividad de sus días es perder y olvidar. Van a comprar el periódico y se lo dejan en el quiosco, quitan la radio del coche pero la dejan sobre el techo, tienen un móvil pero se olvidan de encenderlo, pierden las llaves y también el duplicado, la cartera e incluso el carné de conducir, sustituyen la batería del coche una vez al mes porque sistemáticamente se olvidan las luces encendidas y chocan con otros coches muy a menudo porque cuando conducen hacen cualquier otra cosa menos conducir. Además, se hacen daño continuamente. Tropiezan, se hacen torceduras, raspones, se cortan… como niños de teta.

Los varones pijoteros son igual de agotadores. Es más, cronometran cuánto tardan de una estación de peaje a otra, establecen minuciosamente cuánto consume su coche que suele ser un cacharro, apilan las toallas por tonalidad, sacan brillo a las esquinas de los zapatos con el cepillo de dientes, rellenan las páginas contables de la agenda con el dinero que entra y sale, anotando incluso el desodorante y el billete del tranvía, se saben de memoria los días del período de la novia y escriben una P en el calendario para acordarse de los días en los que echaron un polvo. Siempre poquísimos.

El mejor de los mejores es el marido de mi amiga Elvira. Pijotero y maniático de la limpieza. Mientras nosotras comemos, él ya está lavando los platos… que estamos utilizando. Cuando su mujer embarazada rompió aguas, en vez de tranquilizarla la persiguió con la fregona. Cantaba el italiano Alex Britti “Però mi piaci, che ci posso fare? Mi piaci” (Pero me gustas, ¿qué le voy a hacer? Me gustas). Vale. Pero es también verdad lo que me dijo el otro día una amiga mía napolitana: “No por echarle ron a un gilipollas se convierte en un borracho!”.

Original: http://tonykospan21.wordpress.com/2010/02/23/i-maschi-distratti-ed-i-maschi-pignoli-by-littizzetto/

Los sabihondos

¿Una categoría humana que hay que evitar con atención y de la que hay que escapar como gato escaldado? La de los Doctos Médicos y Sabios, es decir, los que lo saben todo y siempre te lo explican. Tú les das una noticia que puede variar de una cita con el chapista a la llegada de la sonda Cassini. ¿Y ellos? Ya lo saben. Más bien, te la explican mejor y con todo lujo de detalles.

Tú preparas unas lentejas y ellos se entrometen opinando y dando consejos. Tú les cuentas un chiste a tus amigos y ellos te cortan una vez y otra para poner los puntos sobre las íes. Tú les preguntas qué hora es y ellos empiezan por el funcionamento de la maquinaria interna del reloj. Tú les preguntas qué tiempo hace y ellos contestan empezando por el Big Bang. Los sabihondos son esos que, si tienen que comprar un par de zapatos, sacan de quicio a los dependientes.

Yo tuve un novio de esos.

El castigo divino compraba los zapatos y a todas horas les hacia el rodaje en casa para comprobar si eran confortables, pero tapizaba el suelo con papel de periódico para no ensuciarlo. Yo entraba en casa y le decía: “¿Estás dando una mano de pintura?. No. Estaba comprobando los zapatos”. Además, me llamaba “Cielito”. Yo a uno que me llama cielito le doy de estacazos. Cielito díselo a tu jefa, a tu tía Jesusa la del pueblo, a tu profesora de cha-cha-chá, pero no a mí, que como mucho debería ser tu queridísima…

Pero ¿dónde los Doctos Médicos y Sabios dan lo mejor de sí? Sin duda en el restaurante.

En primer lugar preguntan minuciosamente cuáles son los ingredientes de las especialidades de la casa y después discuten de por qué y cómo el cocinero prepara tal plato de tal manera, mientras que ellos lo harían de otra. Además, siempre piden platos quitándoles algo que suele ser básico. El arroz a la milanesa sin azafrán, el carpacho bien hecho sin parmesano y la pizza marinera sin ajo. En conclusión… son un agobio.

¿Qué podemos hacer con esa gente? Como mucho, jugar una partida de Trivial. Obviamente, perdiendo.

Original: http://gruppi.chatta.it/straordinariamente-donne/forum/principale/527901/una-categoria-umana-da-evitare-accuratamente-/tutti.aspx

Entre Americanos

América se come

Los Ángeles (California)- Ni siquiera se paran frente a las fauces de King Kong, a los tiroteos de Corrupción en Miami y a los lloriqueos de E.T., que siempre quiere volver a casa y, al parecer, todavía no lo ha logrado. Los americanos se destacan también en los Estudios de la Universal de Hollywood, donde a los turistas de todo el mundo los mandan de un lado para otro. Ninguno come igual que ellos. Ninguna otra parte del mundo demuestra la misma glotonería harta, metódica e implacable. Ninguna nación, excepto América, sabe pasear y al mismo tiempo masticar, catar, picar, hincar el diente en perritos calientestalla gigante y patatas fritas en bolsas super grandes. Muchos de ellos están a régimen, o por lo menos así se supone ya que beben Pepsi dietética. Pero, aunque se trate de Pepsi dietética, con los ojos inocentes como un niño de vacaciones, se tragan vasos que parecen cubos.

En concreto, cuando se habla de americanos y de comida, el adverbio-clave no es tanto “como” sino “cuanto”. El lema que hay que añadir a la bandera, al lado de las barras y estrellas, estaría compuesto por tres siglas: L, XL y XXL. Para entenderlo sólo hay que dar una vuelta por un supermercado de Long Beach y ver que las bolsas de patatas fritas son tan altas como un niño de cinco años, o bien entrar en uno de los cines de Hollywood. Da la impresión de que a los espectadores no le importa mucho de la película, porque sólo la mediovén, escondidos detrás de impresionantes cartones de palomitas.

La situación no ha cambiado ni siquiera en este período difícil: América está lista para renunciar a muchos pequeños lujos, pero no tiene la más mínima intención de reducir las porciones, ni de renunciar al dulce.

Todos – del Gobernador de California a las actrices filiformes – parecen hipnotizados por el asunto “comida”. Con una pasión tal cual su incompetencia, la nación discute de cocina, ve en la televisión hombrecillos raros que hablan de cocina, compra libros de cocina, describe platos extranjeros que pocos han visto y que nadie sabe pronunciar y, en nombre del flambeado, le pega fuego a todo lo que pilla.

Si consumieran toda la comida de la que discuten, los americanos no serían sólo gordos e incluso obesos, sino que explotarían. Hablar, sin embargo, no engorda. California, que impone a los Estados Unidos las modas que los Estados Unidos impondrán al mundo, se apasiona especialmente a este juego. Entre las últimas manías está el rechazar la cocina francesa, un amor después que duró más de cien años. Hoy en día, en los Estados Unidos, comer como en París se lo considera un desastre para la línea, un peligro para el corazón y una amenaza para la cartera. Esta actitud antifrancesa está provocando sus primeras víctimas: aquí en Los Ángeles los restaurantes Ermitage y La Serre han cerrado, mientras que la reputación del Orangerie está deteriorándose a ojos vista. Hoy, la cocina que se está poniendo de moda es una mezcla entre la italiana, la americana y la japonesa: italiana porque está buena, americana porque es de casa y japonesa porque los dueños de los locales son japoneses.

Hace tiempo, el diario Los Angeles Times sugerió que se añadiera entre los buenos propósitos para el nuevo año este mandamiento: “Piensa en la salud, piensa en tus amigos, mira lo que comes”. Sugerencia inútil porque los americanos no hacen más que eso. El problema es que, después de haber mirado lo que comen, se lo echan a la boca.

La Asociación Americana de Dietética ofrece a las amas de casa consejos como este: “Reprimíos de picar: antes de entrar en la cocina poneos una mascarilla de cirujano”. Fue inútil: se ha calculado que, entre Navidad y Año Nuevo, un americano medio engorda tres kilos. El profesor Robert Bellah de la Universidad de Berkeley, reporta el interesante resultado de un sondeo de opinión. A la pregunta “¿Cuál es el objeto al que nunca renunciarías en vuestra vida?”, la mayoría de los entrevistados respondió: “A mi horno microondas”.

La obsesión americana por la comida es tan grande que una tercera parte de los productos alimenticios a la venta prometen algo relativo a la salud. El Gobierno Federal tuvo que admitir que la situación se estaba volviendo grotesca y decidió intervenir. Por eso, la Administración para los Alimentos y Medicamentos estableció que expresiones como “bajo en grasas” o “ligero” de ahora en adelante significarán lo mismo y que todos los productos deberán estar etiquetados, siempre que sean lo bastante grandes para pegarsela.

La etiqueta contendrá el total de las calorías, las derivadas de las grasas y las totales, los hidratos de carbono totales, los azúcares, las fibras dietéticas, las proteínas, el sodio, las vitaminas, el calcio y el hierro. Las indicaciones indicarán “por porción” y será necesario establecer el tamaño de estas. Será un día importante para la historia de América. De hecho, alguien tendrá que darse cuenta de que la Coca-Cola también se puede servir en vasos inferiores al medio litro y que el idioma inglés dispone de otras medidas a parte de L, XL y XXL.

 

 

Despejado sobre Las Vegas

Las Vegas (Nevada) – Después de dos horas de viaje aparece Las Vegas. Desde los carteles publicitarios, los grandes casinos prometen precios cada vez más baratos y atracciones cada vez más sorprendentes: tigres blancos en el desierto, fuentes en una ciudad sedienta, selvas tropicales en el Estado de la sequía. Otras propuestas llegan por la radio 98.1 FM que aconseja hoteles a los turistas y que cada hora repite las condiciones metereológicas y del tráfico, pero no se entiende por qué ya que nunca cambian: cielo azul, cielo despejado, tráfico reducido.

Durante estos días en Las Vegas se celebra la feria de los productos electrónicos, y en la ciudad pululan representantes y vendedores: exactamente setenta y dos mil. Exponen televisores cada vez mayores y cámaras de vídeo cada vez más pequeñas. Una empresa presenta Transition 2000, “el teléfono que cambia tu voz hasta el punto que ni tu madre la reconoce” (de hombre a mujer, de adulto a niño y viceversa). En los jardines tropicales de pega del hotel Mirage, me paro para hablar con los represenantes de la “SteroStone”, empresa que produce altavoces camuflados de piedra. Aseguran que son impermeables, que se pueden trasformar en fuentes y que se venden bien. Escondo mi sorpresa. Hay muchas cosas a las que se puede renunciar, pero no a una roca en el jardín que canta con la voz de Frank Sinatra.

El año pasado, ferias y congresos atrajeron a Las Vegas a dos millones de visitantes. Veinte millones más llegaron por el juego, las mujeres, las bodas y los divorcios, los cuatro sectores de la industria local, todos concebidos pensando en la naturaleza humana. La decadencia empezó con el sida (que hizo menos populares a las mujeres de una noche), por culpa de otros Estados que ya tienen leyes liberales en materia de divorcio. Quedan lejos ya los tiempos en los que los legisladores de Nevada, con una genialidad jurídica igual a su espíritu empresarial, establecieron que la “crueldad mental” era causa de divorcio para la mujer cuyo marido leyera el periódico en la mesa, o al marido cuya mujer se metiera en la cama con los pies fríos.

En cambio, el juego de azar nunca decae. El cliente americano ya no es el personaje que gasta mucho, arriesga todo y deja deudas tras de sí. Hoy en día, las autoridades locales han estudiado al jugador medio como si fuera un insecto: cuarenta y siete años, blanco, varón, casado, con una renta anual entre veinte mil y cuarenta mil dólares. Ya vino en el pasado a Las Vegas y organizó su viaje con un mes de antelación. Va a quedarse dos o tres noches en la ciudad.

Encontrar a este “americano medio” es fácil y espiarlo es algo maravilloso. Por eso me quedé dos días en el nuevo hotel-casino Excalibur, el segundo mayor del mundo, construido en estilo medieval, con torres y puentes levadizos. Seguí a representantes de comercio de Nueva Jersey que pagaban veinte dólares para hacerse una foto disfrazados de Rey Arturo, y parejas de Texas que compraban un yelmo de plástico y se lo ponían a su hijo. Comí en la Mesa Redonda. Me quedé una media hora mirando el “lanzamiento de la bruja”: al golpear violentamente una palanca con un martillo, la bruja salta por los aires y vuelve a caer en una olla, pero se corre el riesgo de ganar: enormes y sonrientes dragones de peluche azul turquesa esperan al vencedor de turno. Pregunté al Jefe de RR.PP. si el conjunto no resultaba grotesco. Me sonrió:  “Mire usted, nosotros no buscamos la perfección histórica. Sólo queremos que la gente se divierta. Y además, créame, nadie en América sabe cómo es en realidad un castillo medieval.”

Quizás sea verdad. Los clientes no se parten de risa frente a los camareros disfrazados de juglares y no se preguntan por qué en la Aldea Medieval, en el primer piso, estan juntos el Café del Bosque de Sherwood y el Jardín de la Oktoberfest. Antes de partir, intentan con la máxima seriedad extraer la espada de la roca. Los dos primeros intentos son gratis: los premios van de un llavero de plástico a un coche japonés.

Hablo con unos de estos clientes, fingiendo no ver que llevan un puñal de plástico en el cinturón. Aquí, a Las Vegas, se viene para no pensar. Bugsy Siegel, el gánster judío interpretado en el cine por Warren Beatty, lo había intuido cuando, en 1946, decidió construir el primer casino – el Flamingo – en medio del desierto de Nevada. Todavía existe el Flamingo. Ofrecen langosta y solomillo juntos por tres con ochenta dólares. A los americanos, ya se sabe, les gusta asì.

Original: http://www.gregoriosettimo.eu/userfiles/1-Americani.pdf

L’arte del bacio. Ma soprattutto, a che serve baciare?

di David Leonhardt

Ogni tanto dal barbiere scoppia una lite, si va sul ring, si affrontano le sfide e, con un po’ di fortuna, qualcuno ne esce fuori con giusto qualche punto di sutura. Il tutto per una discussione apparentemente innocua: qual è lo sport più bello sulla faccia della terra?

Alcuni dicono “il football”. Alcuni dicono “il baseball”. I canadesi dicono “l’hockey”. Il resto del mondo dice  “il calcio”. (In verità, dicono “football”, ma vogliono dire “calcio”.)

Io dico: “il bacio”. Sì, il bacio è lo sport più bello sulla faccia della terra. Lasciate che vi spieghi un po’ il perché la penso così.

Il bacio è lo sport più versatile in circolazione. Ci sono così tanti tipi di baci tra cui scegliere -almeno uno per quasi ogni occasione. C’è il bacetto veloce sulla guancia, quello su entrambe le guance, il bacetto sulla guancia a tuo nipote mentre gli afferri l’altra guancia cicciotta con l’altra mano, il bacio selvaggio e passionale, il bacio elegante sulla mano, il temuto bacio che si dà ai morti, il “Ehi tu! Baciami questo!”, e addirittura la città della Florida che si chiama Kissimme (indubbiamente fondata dai primi baciatori pionieri italiani).

L’Arte del Bacio è Semplice

Il bacio non dà problemi per il trasporto. Non importa dove ci si trova. Si può baciare: in palestra, nelle sale riunioni, in una navicella spaziale, persino in Alaska da giugno a settembre.

Il bacio non richiede chissà quale equipaggiamento. Ciò significa che si può praticare anche quando non si è preparati per l’occasione, e anche nel caso in cui si debba viaggiare leggeri. Questo lo rende lo sport ideale per gli uomini d’affari, per i viaggiatori del mondo e per i gruppi di turisti col marsupio.

Il bacio riesce sempre a ravvivare le cose. Provate a fare così: la prossima volta che vi trovate ad una riunione così-noioooooooosa che sembra durare per-seeeeeeeeeempre, perché non baciare qualcuno? Provateci, senza esitare. Vedete come ravviva le cose?

Il bacio è legale in tutti i 50 Stati e nella maggior parte dei Paesi di questo mondo. Gira voce che il bacio sarà presto legale anche su Marte, su Giove e in Afghanistan.

Il bacio è al 100% biodegradabile. Perciò, quando baciate qualcuno, state aiutando l’ambiente.

Il bacio è sicuro da praticare in un veicolo in movimento, l’importante è che ci non siate voi alla guida.

Il bacio non è tossico…a meno che non baciate qualcuno che si sia appena scolato una bottiglia di Viakal. Ma anche in questo caso, il bacio è ancora sicuro, sempre che non utilizziate la bocca.

Il bacio non ingrassa. Probabilmente questa è la notizia più bella, perché almeno ora coloro che sono a dieta avranno qualcosa con cui occuparsi la bocca quando non mangiano, e i fumatori invece potranno smettere di fumare senza doversi attaccare ai dolci fino a che 1)non saranno costretti a doversi mettere a dieta o 2)gli verrà il diabete).

Il bacio è un prodotto naturale, iposodico, senza conservanti, povero di grassi saturi e non contiene decine di ingredienti deliziosi che non si riescono neanche a pronunciare, come l’acido javelchromopntheroremicherbicidico.

La maggior parte dei baci non sono testati sugli animali, ma chi sono io per reprimere il vostro spirito d’avventura?

Si può baciare chiunque: il ragazzo, la zia, la moglie, il veterinario, il Primo Ministro del ducato di Grand Fenwick e il proprio oritteropo. Però, non provate a baciarli tutti insieme…soprattutto non il ragazzo e la moglie.

Il bacio rispetta le norme di sicurezza più rigide di qualsiasi organizzazione sportiva nazionale o internazionale. Il bacio ha un livello di sicurezza impressionante, fatta eccezione per quei casi occasionali in cui si incastrano gli apparecchi. Ma una chiamata rapida ad un camion da rimorchio AAA risolve il problema (CAA in Canada, AA nel Regno Unito, l’idraulico di fiducia in Francia).

Baci Estremi NON Raccomandati

Le uniche morti registrate a causa di un bacio si riferiscono a terzi incomodi, spesso mogli, mariti, amanti rifiutati e altri spettatori che in qualche modo superano il limite di sicurezza e si gettano sul campo di battaglia come quel signore ben vestito al Suprbowl.

NON raccomandiamo “baci estremi”. Per esempio, non baciare mai un camion della nettezza urbana perché è considerato pericoloso. Non baciare mai un paletto di recinzione quando la temperatura è sotto lo zero. I lettori del nord sanno esattamente cosa intendo. Non baciare mai una presa elettrica.

State facendo attenzione? Questa è importante. Non baciare mai l’aspirapolvere se ci si tiene ai propri organi vitali. Va bene baciare la carta vetrata, ma senza usare la lingua. Non baciare mai la motosega. Pensiamo che questa si spieghi da sola. E non baciare mai il proprio capo ufficio quando è a lavoro…a meno che non siate eremiti che lavorano da casa come me.

Ma soprattutto, il bacio è così bello che a confronto il baseball, l’hockey, il football e il calcio sembrano sport di serie B. La prossima volta che vedete una zuffa al barbiere locale, entrate e date ad ognuno un bacio. Vi garantisco che vincerete la battaglia a colpo sicuro. E se così non fosse, almeno vi sarete fatti qualche amico con cui litigare.

Originale: http://www.thehappyguy.com/art-of-kissing.html

Ogni venerdì la situazione peggiora

Di Javier Marías

Il PP non impara dai suoi errori del passato, oppure, ciò che in modo ancora peggiore non ha soluzione, è il fatto che sia incapace di imparare perché al suo interno ci sono sempre persone con pochi scrupoli e con un’intelligenza mediocre. Nel 2004 queste persone hanno creduto di aver perso le elezioni a causa degli attentati dell’11 marzo. Si sono rifiutati di accettare che non fosse stata colpa degli attentati stessi, ma delle bugie lampanti del Governo di Aznar riguardo ad essi. La sua testardaggine e la sua idiozia sono arrivate a tal punto (e badate bene che questa testardaggine era controproducente, e lo diventava sempre di più quanto più la sostenevano) che hanno inventato la cosiddetta teoria della cospirazione, insieme a non pochi giornalisti lunatici e mendaci, secondo la quale quegli attentati sarebbero stati organizzati da una losca rete composta da militanti dell’ETA, da qualche islamista a briglia sciolta, da poliziotti spagnoli, francesi e marocchini, da ministri e giudici, con Rubalcaba nei panni dello scaltro Fu Manchu o del Dottor No che dirige e maneggia le redini del mondo, dotato di una visione del futuro talmente straordinaria e contorta che meriterebbe di essere considerato un genio soprannaturale e un indovino portentoso.

Data la loro scarsa intelligenza, i dirigenti del PP (e anche di quelli del PSOE, che fatta qualche eccezione vanno di pari passo), non si sono accorti che la gente ne aveva subite tante e non ne poteva più del modo in cui aveva governato Aznar durante la sua seconda legislatura, quando aveva avuto la maggioranza assoluta: a colpi di decreto legge e di imposizioni, a forza di non consultarsi con nessuno, di disdegnare gli altri partiti e di conseguenza i cittadini che li avevano votati, di fare orecchie da mercante nei confronti del 90% della popolazione che si era opposta alla guerra in Iraq, con le terribili e prevedibili conseguenze che questa avrebbe avuto e che di fatto ha avuto e ha ancora…ora, con una maggioranza assoluta ancora più estesa, il PP e il suo Governo dichiarano che questo gli dà carta bianca, quando la carta bianca non esiste e non può esistere in una democrazia. Rajoy, con un’insolita disinvoltura, ha annunciato diverse volte “ogni venerdì, riforme; e anche il prossimo: senza sosta”.

Successivamente, con la più totale leggerezza, ha riconosciuto -da una parte- che il suo Governo sta prendendo delle decisioni che lui aveva detto che non avrebbe preso durante la campagna per le elezioni, e ha affermato -dall’altra- che si sente legittimato a prendere queste decisioni per l’appoggio che i votanti gli hanno dato alle urne lo scorso 20 novembre. Oppure, in altre parole: “Infrango tutte le mie promesse perché la gente mi ha dato la sua fiducia credendo che le avrei mantenute e affinché le mantenessi”. Non esiste idiozia più grande, assurdità più grande. La realtà è un’altra: Rajoy, non essendo stato un uomo di parola nell’arco di pochi mesi, ha già delegittimato le elezioni del 20 novembre.

Ma non c’è solo questo. I Governi, per quanto solida sia la maggioranza che possiedono, non sono mai lo Stato, ma coloro che lo hanno in prestito (non in proprietà) e lo rappresentano per un determinato periodo di tempo. E ci sono elementi dello Stato che non si possono cambiare legittimamente, ma forse legalmente. Probabilmente un Governo sarebbe capace di vendere all’estero il Museo del Prado, ma sarebbe inaccettabile se lo facesse. Allo stesso modo o in modo simile, non può affidare ai privati né può demolire ciò che l’insieme dei cittadini considera indispensabile: la sanità, l’istruzione e il trasporto pubblico, per esempio. Ogni individuo cede una parte della sua sovranità e dei suoi soldi a favore del tutto, a condizione che questo tutto, lo Stato, mi protegga e riconosca i miei diritti. Se un determinato Governo me li taglia e non mi protegge e me ne priva, e impoverisce, indebolisce o svuota di contenuto lo Stato, vuol dire che sta agendo al margine di questo e sta infrangendo il contratto o il patto sociale che ci unisce e ci vincola tutti. “Non c’è altra possibilità”, si difendono Rajoy e i suoi, e con questa semplice tesi -che non è neanche una tesi- contribuiscono ad aumentare i licenziamenti e la disoccupazione di un numero sempre maggiore di persone, lasciano i cosiddetti “dipendenti” senza aiuti, impoveriscono, rovinano e limitano l’istruzione, mandano a monte il consumo e condannano numerosi negozi a chiudere i battenti, e così fanno saltare in aria ciò per cui tutti siamo disposti a cedere parte della nostra sovranità e dei nostri soldi, a favore dell’insieme.

Ci sono cose che l’individuo da solo non si può procurare, ma può farlo facendo parte dello Stato. Se un Governo prende delle misure, un venerdì dopo l’altro, che compromettono l’idea di Stato così come l’abbiamo accettata o sottintesa; se applica una politica del “si salvi solo chi può, e chi non può avrebbe potuto guadagnare più soldi prima”, vuol dire che sta infrangendo il patto essenziale e sta delegittimando se stesso, per quanti voti falsi abbia ricevuto durante delle elezioni fasulle.

Originale: http://javiermariasblog.wordpress.com/2012/06/03/la-zona-fantasma-3-de-junio-de-2012-asi-que-cada-viernes-peor/