The Truth About Love – P!NK

Una delle cose più affascinanti di Pink negli ultimi dieci anni è stata quella di stare sempre coi piedi per terra. Grazie alle sue hit pop di notevole successo, può essere considerata al pari di Rihanna, Beyoncé e Katy Perry, ma lei è tutt’altro che una diva del pop.

Quando canta “è stata una giornata di merda”  (“It’s been a shit day”) nel primo singolo di “The Truth About Love, “Blow Me (One Last Kiss)”, quando spera che l’ascensore arrivi più in fretta in “Walk of Shame”, o quando ammette “a volte odio ogni singola parola che dici”  (“Sometimes I hate every single word you say”) su “True Love”, si percepisce immediatamente qualcosa che riconduce al modo di Pink di fregarsene della posizione in classifica delle sue canzoni o del numero di dischi di platino da appendere al muro. Anche le canzoni che sembrano allegre vengono spesso avvolte da un alone cupo che lei, che si autodefinisce come eterna “disadattata”, non riesce a scrollarsi di dosso. A differenza di altri artisti che cercano di spiegare a noi come sono le cose, Pink si accontenta di vivere ai margini tetri e confusi insieme al resto degli scemi come noi.

In “The Truth About Love”, il suo primo album dopo quattro anni e dopo essere diventata mamma, lo sforzo che Pink fa per assicurare al pubblico di non essersi persa nello spirito materno è palpabile (ed udibile). La maternità ha evidentemente aggiunto una dimensione importante nella sua vita, ma in molte cose, Pink è ancora la solita pasticciona di un tempo. Grazie a Dio.

Molto dell’amore (“Love”) riguarda ciò che ci suggerisce il titolo dell’album: quant’è difficile far durare l’amore. A volte tratta l’argomento in maniera comica e altre in maniera struggente, ma è sempre sincera. Nella traccia che dà il titolo all’album canta “la verità sull’amore è che va e viene” (“The truth about love is that it comes and go”) e questo è più o meno tutto quello che veramente  abbiamo capito a riguardo.

Sul piano musicale, è evidente il suo tentativo di ricercare una profondità maggiore rispetto a quanto fatto finora. Lei è molto conosciuta per i suoi inni ai festini o alle ballate mid-tempo sulle storie finite male, ma stavolta ha aperto i suoi orizzonti a più generi musicali che le calzano molto bene addosso. Entrambe le ritmate “True Love” e “The Truth About Love” devono più che qualche piccolo debito alle canzoni ballabili portate al successo dalle vecchie band femminili di una volta. Sulle strofe di “How Come You’re Not Here” ricorda i White Stripes con la sua atmosfera blues e riverberante e le sue melodie distorte. Nonostante le sue numerose collaborazioni in questo album, tra cui quella con Dan Wilson, Max Martin, Jeff Bhasker, Greg Kurstin, e Billy Mann, c’è una certa una coerenza (e un certo beat ricorrente) che riprende l’intero album.

Riesce a far struggere con i suoi testi profondi. In “How Come You’re Not Here” sogghigna “ti aspetterò qui finché non ti sarai stufato oppure lei non ti mollerà per una birra” ( “I’ll wait right here until you get bored or she gets carded for beer,” ) mentre allo stesso tempo si dispera per l’assenza del suo compagno che l’ha tradita. In “True Love” all’ “unico amore che abbia mai conosciuto” (“the only love I’ve ever known”) canta “sei uno stronzo ma ti amo” (“You’re an asshole, but I love you,” ). Ma tutti sappiamo la verità: sotto quella scorza dura c’è un marshmallow che non appena si ritrova da sola scoppia a piangere.

Uno dei brani su cui soffermarsi è il duetto con Nate Russ dei Fun, “Just Give Me A Reason”, scritta insieme a Pink. I due interpretano una coppia alla ricerca di un segno per continuare a stare insieme nonostante la loro relazione stia “raccogliendo polvere” (“collectin dust”). Nel brano si riconosce d’impatto lo stampo di “We Are Young” come impalcatura musicale di fondo, e le voci dei due si sposano molto bene insieme.

Non si può dire lo stesso per “Here Comes The Weekend”, una delle tracce più deboli dell’album. C’è un costante beat di 4/4 che dovrebbe servire a “spegnere le sirene” (“to set off the sirens”), ma la canzone risulta piuttosto piatta fino all’ingresso dal nulla di Eminem. È una presenza piacevole, ma sembra come se si trovasse in un’altra canzone. La strofa in cui canta la voce dolce di Lily Allen (riportata nei credits col suo nome da sposata, Lily Rose Cooper) in “True Love” è decisamente più interessante.

Pink non riceve molto apprezzamento per le sue ballate, anche se ne ha scritte diverse molto belle prima. Centra nuovamente l’obiettivo con “Beam me Up”, un racconto toccante e struggente che parla del desiderio di stare con una persona che è venuta a mancare. Sebbene mai malinconica, la canzone e il suo trasposto, riescono a commuovere chiunque “prenda una stella per vederla splendere” (”who picks a star to watch it shine”) per sentire il contatto con la persona scomparsa. Nella ballata al pianoforte, “The Great Escape” ricorda Bonnie Raitt.

(Ebbene sì, siete sorpresi a leggere questo paragone tanto quanto lo sono io a farlo).

Sebbene abbia dovuto combattere nel fango per non farsi portar via il titolo di regina dei party trash da Kesha, Pink non ci pensa proprio ad abbandonare il suo diritto a dire parolacce, a far ballare e a sputare pubblicamente tutto senza pensarci due volte, nonostante la nuova maturità che l’artista ha trovato. Su “Slut Like You”, prende liberamente in prestito il ritmo electro-clash di “Woo Hoo” di Blur. Il messaggio può essere discutibile, ma il beat è innegabilmente coinvolgente. Sulla simpatica “Walk of Shame”, lei vorrebbe solamente non essersi svegliata con un tatuaggio mentre cerca di scappare dai pasticci combinati la notte prima.

Con “The Truth About Love”, Pink continua sulla strada della superstar con cui ci andremmo volentieri a prendere un drink. Tanto la sue esperienze personali quanto la sua felicità crescono, accompagnate da domande e confusione. Meglio farne una copia.

TRADUZIONE DELL’ORIGINALE http://www.hitfix.com/news/album-review-pinks-the-truth-about-love-revels-in-lifes-messiness

A CURA DI : angolotraduzioni