Tratto da “La lettera scarlatta” (1850) di Nathaniel Hawthorne (1804-1864)

Capitolo II

Quando la porta della cella fu spalancata dall’ interno apparve, in primo luogo; per cominciare, per prima cosa, innanzitutto, come un’ombra nera che emerge dalla luce del sole, la sinistra e cartilaginea presenza dell’ufficiale di giustizia, con una spada al suo fianco, e il suo bastone di ordinanza in mano. Questi, nel suo aspetto raffigurava e rappresentava la funerea severità del codice legislativo puritano, che era suo compito applicare con estremo rigore sul colpevole. Mostrando il bastone di ordinanza che teneva nella mano sinistra, pose la mano destra sulla spalla di una giovane donna, spingendola così in avanti, finché, sulla soglia della porta della cella lei lo respinse, con un gesto pieno di naturale dignità e forza di carattere, avanzando verso l’esterno come di sua spontanea volontà. Portava fra e braccia un bebè, una bambina di circa tre mesi, che a causa della luce accecante del sole strizzava gli occhi e voltava il visino di lato.; poiché la sua esistenza, fino a quel momento le aveva fatto conoscere solo il grigio crepuscolo dei una cella, o altre stanze buie della prigione.

Quando la giovane donna, la madre della bambina, si trovò completamente esposta alla folla, il suo primo impulso sembrò essere quello di stringere la creatura al petto; non tanto per uno slancio di affetto materno, quanto perché in questo modo avrebbe potuto nascondere un certo segno, ricamato o tessuto sul suo abito. In un attimo, tuttavia, valutando saggiamente che quel segno della sua vergogna  sarebbe a malapena  servito per nasconderne un altro, prese la bambina tra le braccia, e arrossendo violentemente, ma con un sorriso di sfida, e uno sguardo che non si sarebbe lasciato intimorire, guardò attorno i concittadini e i vicini. Sul corpetto del vestito, in un elegante tessuto rosso, circondata da un ricamo elaborato e da fantastici arabeschi di filo d’oro, appariva la lettera A. Era stata realizzata in modo così artistico, e con tale ricchezza e sontuoso sfoggio di immaginazione, da apparire in tutto e per tutto come la decorazione più appropriata e opportuna per la veste che indossava, il cui splendore si accordava al gusto dell’epoca, ma superava di gran lunga quanto era permesso dalle leggi suntuarie della colonia.

La giovane donna era alta, con una figura di perfetta eleganza in proporzione. Aveva capelli scuri e folti, così lucenti da riflettere con un bagliore la luce del sole; e un volto che, oltre ad essere bello per la regolarità dei lineamenti e per lo splendore dell’incarnato, aveva l’espressività che colpiva per le sopracciglia marcate e i profondi occhi neri. Inoltre, era signorile, alla maniera della nobiltà femminile dell’epoca; caratterizzata da una certa signorilità e dignità, più che da quella delicata, evanescente e indescrivibile grazia, che ad oggi la contraddistingue. E mai Ester Prynne era sembrata essere così signorile, nell’antica accezione del termine, di quando uscì dalla prigione. Coloro che l’avevano conosciuta prima, e che si erano aspettati di vederla offuscata e oscurata da una nube di sventura, erano stupiti, e anche sorpresi nel notare come la sua splendente bellezza trasformasse in aureola, la disgrazia e l’ignomia in cui era avvolta. Forse, un osservatore sensibile potrebbe trovare qualcosa di squisitamente doloroso in tutto ciò. Quella veste, che aveva davvero cucito per l’occasione in prigione, e che aveva modellato seguendo la sua immaginazione, sembrava esprimere l’atteggiamento del suo spirito, la disperata avventatezza del suo stato d’animo, con la sua indomabile e pittoresca peculiarità. Ma il punto che attirava lo sguardo di tutti e che, trasfigurava colei che la indossava—a tal punto che coloro che già la conoscevano, uomini e donne, rimasero colpiti ed ebbero l’impressione di vederla per la prima volta—era quella LETTERA SCARLATTA, così estrosamente ricamata e luminosa sul suo petto. Aveva l’effetto di un incantesimo che la tirava fuori / rimuoveva dalle relazioni ordinarie con l’umanità, e la racchiudeva in una sfera tutta sua. “Era molto abile con l’ago, non c’è che dire/questo è certo”, osservò una delle spettatrici; “ma quale donna mai, prima di questa svergognata prostituta, ha escogitato un piano simile per dimostrarlo? Perché, comari, di che altro si tratta se non di una presa in giro dei nostri devoti magistrati, di un modo per trasformare in motivo di vanto ciò che quei degni gentiluomini avevano inteso come punizione?”

“Sarebbe meglio”, mormorò quella tra le vecchie dame con l’espressione più ferrea , “se strappassimo via quel ricco abito dalle spalle delicate della signora Hester; e quanto a quella lettera rossa che ha cucito in maniera così bizzarra, donerò un pezzo della mia flanella da reumatismi per farne una più adeguata!”

“Oh, silenzio, vicine—silenzio!” mormorò la più giovane di loro; “Non lasciate che vi senta! Non c’è un solo punto in quella lettera ricamata che non l’abbia trafitta al cuore.”

Il torvo/severo ufficiale di giustizia ora fece un gesto con il suo bastone. “Fate largo, brava gente—fate largo, in nome del Re!” gridò. “Fate spazio, e vi prometto che la signora Prynne verrà sistemata dove uomini, donne, e bambini potranno godere di una buona vista del suo mirabile abito da questo momento fino all’una del pomeriggio. Sia benedetta l’onesta colonia del Massachusetts, dove l’ingiustizia è trascinata alla luce del sole! Seguitemi Signora Hester, e mostrate la vostra lettera scarlatta sulla piazza del mercato!”

Originale: http://www.sparknotes.com/nofear/lit/the-scarlet-letter/chapter-2/page_2.html

Annunci