“Male contro Bene” – Tratto da “Robinson Crusoe” (1719) di Daniel Defoe (1660-1731)

Male contro Bene

 

Tratto da “Robinson Crusoe” (1719) di Daniel Defoe (1660-1731)

 

Cominciai a considerare seriamente la mia condizione, e lo stato in cui ero ridotto; misi su carta un riassunto della mia situazione, non tanto per lasciarlo a chi sarebbe venuto dopo di me, poiché non c’erano molte possibilità che io avessi eredi, quanto per liberare i miei pensieri dal continuo rimuginare che affliggeva la mia mente; e, poiché la ragione cominciava a dominare il mio sconforto, cominciai a consolarmi come meglio potevo, e a contrapporre il bene e il male, per poter distinguere il mio caso personale da altri peggiori; ed esposi il tutto in modo imparziale, come il dare e l’avere in un libro contabile, le consolazioni di cui godevo contro le afflizioni che avevo sofferto, in questo modo:

Male: mi trovo confinato su un’orribile isola deserta, privo di ogni speranza di salvezza.

Bene: ma sono vivo; e non sono annegato come tutto l’equipaggio della nave.

Male: sono stato scelto e allontanato, per così dire, da tutto il mondo, per essere infelice.

Bene: ma sono anche stato scelto tra tutto l’equipaggio, per essere salvato dalla morte, e Colui che mi ha miracolosamente salvato dalla morte può liberarmi da questa condizione.

Male: sono lontano dall’umanità, solitario; bandito dalla società dei miei simili.

Bene: Ma non muoio di fame, in un luogo sterile, che non offra nessuna possibilità di sostentamento.

Male: non ho vestiti per coprirmi.

Bene: ma vivo in un luogo caldo dove se avessi avuto dei vestiti, difficilmente li avrei indossati.

Male: sono indifeso, e non ho mezzi per resistere agli attacchi da parte di un uomo o di un animale.

Bene: ma sono confinato su un’isola nella quale non vedo bestie selvagge che potrebbero farmi del male, come quelle che vidi sulla costa africana; che sarebbe di me se avessi fatto naufragio su quelle coste?

Male: non c’è un’anima con cui possa parlare e con cui mi possa consolare.

Bene: Ma Dio ha miracolosamente indirizzato la nave abbastanza vicino alla riva, da cui ho potuto recuperare tutto il necessario per i miei bisogni e tutto ciò che mi aiuterà a supplirvi finché vivrò.

In generale, avevo la prova inconfutabile che difficilmente potevano esserci condizioni peggiori di questa ma che c’era qualcosa di negativo o di positivo per cui essere grati; che valga questo come insegnamento dato dall’esperienza delle più infelici delle situazioni in questo mondo: che si può sempre trovare qualcosa da cui trarre conforto, ed inserirla, nella descrizione del bene e del male, sul lato dell’attivo del conto.

Essendo ora riuscito ad indurre la mia mente a pensare cose che avrebbero potuto alleviare la mia condizione, e avendo rinunciato a scrutare il mare per vedere se avessi potuto individuare una nave, cominciai ad organizzare il mio sistema di vita, e a rendermi le cose il più agevole possibile.

Originale: http://classiclit.about.com/library/bl-etexts/ddefoe/bl-ddefo-rcru-4.htm

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Tratto da Robinson Crusoe” (1719) di Daniel Defoe (1660-1731)

1)      CAPITOLO 1 –  Nacqui nell’anno 1632 nella città di York, da una buona famiglia che tuttavia non era di quelle parti, essendo mio padre uno straniero di Brema, che in un primo tempo si era stabilito ad Hull. Il commercio gli permise di accumulare un buon patrimonio, e dopo aver abbandonato la propria attività, successivamente andò a vivere a York, dove sposò mia madre, i cui parenti si chiamavano Robinson. Era una buona/rispettabile famiglia in quella zona, e dalla quale fui chiamato Robinson Kreutznaer; ma, per l’abitudine degli inglesi di storpiare le parole, ora veniamo chiamati, anzi ci chiamiamo e firmiamo, Crusoe; ed è così che mi hanno sempre chiamato i miei compagni.

Avevo due fratelli più grandi, uno dei quali era tenente colonnello di un regimento di fanteria inglese nelle Fiandre, a suo tempo comandato dal famoso Colonnello Lockhart, ucciso durante la battaglia vicino Dunkirk contro gli spagnoli. Cosa ne sia stato del mio secondo fratello non l’ho mai saputo, non più di quanto i miei seppero di me.

Poiché ero il terzogenito della famiglia e non ero stato indirizzato verso alcun tipo di mestiere, la mia mente cominciò ben presto a fantasticare. Mio padre, che era molto anziano, mi aveva dato una discreta dose di istruzione, per quanto un’istruzione familiare e una modesta scuola consentissero, e intendeva indirizzarmi verso la carriera legale; ma mi sarei sentito soddisfatto solo viaggiando per mare; e la mia propensione a ciò mi portò così fortemente contro la volontà, o meglio, contro gli ordini di mio padre, e contro tutte le suppliche e le persuasioni di mia madre ed altri amici, che sembrava esserci qualcosa di fatale in quella propensione naturale, che tendeva direttamente alla vita di infelicità che stava per capitarmi.

Mio padre, un uomo saggio e austero, mi diede dei seri ed eccellenti consigli contro quello che prevedeva fosse il mio proposito. Una mattina mi convocò in camera sua, nella quale era confinato a causa della gotta, e mi espresse con molta veemenza la sua disapprovazione sull’argomento. Mi chiese quali ragioni, oltre a una mera inclinazione a viaggiare, avessi per lasciare la casa di mio padre e il mio paese nativo, nel quale avrei potuto essere ben inserito e avrei avuto la possibilità di accrescere il mio patrimonio con applicazione e operosità, che mi avrebbero a loro volta permesso di vivere una vita di benessere e di piaceri. Mi disse che portarsi in alto con sforzo, e acquisire fama con iniziative fuori dal comune, era da uomini dalle sorti disperate da una parte, o da uomini ambiziosi, che andavano all’estero all’insegna di avventure dall’altra; che queste cose erano troppo al di sopra o troppo al di sotto per me, che la mia era una condizione intermedia, o quello che poteva essere definito il livello più alto dello stato più basso, che aveva considerato grazie ad una lunga esperienza, essere la migliore condizione al mondo, la più adatta alla felicità umana, non esposta alle infelicità e agli stenti, alle fatiche e alle sofferenze di quella parte di umanità che svolge lavori manuali, e non gravata dall’orgoglio, dal lusso , dall’ambizione e dall’invidia dello stato più alto dell’umanità. Mi disse che avrei potuto giudicare la felicità di questo stato da una cosa, vale a dire che questo era lo stato di vita che tutti invidiavano; che spesso i sovrani si lamentavano delle tristi conseguenze derivanti dall’essere nati per grandi gesta e desidererebbero trovarsi a metà tra i due estremi, tra il misero e il magnifico; che l’uomo saggio dava testimonianza di questo, come il giusto traguardo di felicità, quando pregava di non ricevere né povertà né ricchezze.

Mi invitò ad osservare, che le disgrazie sono sempre ripartite tra gli strati più alti e quelli più bassi della società, e che al contrario, lo stato intermedio aveva meno disastri e non era esposto a continue vicissitudini come accade quando si fa parte della più alta o della più bassa condizione; né d’altra parte, erano soggetti alle numerose indisposizioni e disagi, sia mentali che fisici, come coloro che, a causa dei lussi, di una vita piena di vizi e stravaganze da una parte, e di duro lavoro, mancanza delle cose di prima necessità, per povertà e scarsa alimentazione dall’altra, perdono la propria salute come naturale conseguenza del loro modo di vivere; che lo stato intermedio riservava ogni tipo di virtù e ogni tipo di piacere; che la pace e l’abbondanza/pienezza erano le ancelle/compagne della fortuna media; che la temperanza, la moderazione, la tranquillità, la salute, la vita sociale, tutti gli svaghi e i piaceri desiderabili, erano i doni celesti che accompagnavano la condizione media della vita; che in questo modo gli uomini vivono la loro vita senza alcuna difficoltà, senza il peso degli sforzi manuali o mentali, non costretti a piegarsi ad una vita di schiavitù per guadagnarsi il pane quotidiano, non tormentati da circostanze incerte, che sottraggono la pace all’anima e il riposo al corpo; non tormentati dall’invidia o dal fuoco segreto dell’ambizione per le grandi cose; ma, in condizioni di agiatezza, conducono una vita tranquilla, assaporandone sensibilmente i dolci piaceri e non la parte amara; sentendosi felici ed imparando dall’esperienza di tutti i giorni per poterle apprezzare maggiormente.

Originale: http://www.readprint.com/chapter-2314/Robinson-Crusoe-Daniel-Defoe